U.R.S.S. 1937. Carcere del distretto di Brjansk. È con queste coordinate che comincia il film di Sergei Loznitsa, in concorso al Festival di Cannes 2025 e tratto dal racconto omonimo del fisico russo Georgij Georgevič Demidov.
Il protagonista è Alexander Kornev (Aleksandr Kuznecov), giovane procuratore al primo incarico ufficiale dopo gli studi in legge. Proprio nel carcere di Brjansk si deve recare il ragazzo dopo che uno strano e sospetto messaggio, sfuggito chissà come alle sbarre di una cella, è arrivato sulla sua scrivania.
Il film ha dei chiari riferimenti alle celebri atmosfere kafkiane: una burocrazia infinita e sfiancante, funzionari ambigui e freddi, tutta l’impersonalità alienante di un sistema asfissiante e tecnocrate in cui ogni nobile intento iniziale e ogni slancio di volontà sono lentamente piegati, un vicolo cieco alla volta. A questo si aggiunge, però, anche tutto il peso storico dell’Unione Sovietica staliniana, l’epoca delle purghe politiche, del sospetto costante, l’epoca dello spettro dei gulag. È in questo quadro non certo rassicurante che tenta di muoversi Kornev, animato dalle belle speranze di un giovanotto appena uscito dall’università, guidato dal senso assoluto della giustizia che la sua facoltà gli ha consegnato e certo, infine, dell’assoluta fiducia che ripone nello Stato e nell’ideale comunista.
La pellicola di Loznitsa, che vive del rigore asciutto e rituale delle istituzioni sovietiche, è però anche in grado di alternare momenti di diversa anima, di farci scorgere, in alcune sequenze, anche ciò che sta al di là delle ordinate divise dei funzionari e delle porte degli uffici amministrativi, fino all’umanità carnale e misera del popolo russo. Emblematico, in questo senso, il viaggio in treno, in uno scompartimento popolare, che Kornev compie per recarsi a Mosca nella speranza di un colloquio con il Procuratore Generale (Anatolij Belyj). Il ragazzo si trova così circondato da un gruppo di figure dai volti scavati, dagli abiti smunti e dalle barbe incolte eppure dai sorrisi caldi e dall’animo socievole. Così inizia il lungo e stravagante racconto di un ex soldato, senza più una gamba e un braccio, e di tutte le sue vicissitudini quando riuscì a incontrare Lenin in persona.
Due procuratori è molto curato dal punto di vista della composizione dell’immagine, con significative alternanze tra primi piani e riprese dalla distanza. La fotografia è pulita, fredda e pungente nelle stanze impersonali e nelle celle minacciose, più animata e gioviale quando intercetta il popolo. Il ritmo tende a rimanere lento, a sostare volutamente sulle infinite attese a cui il giovane procuratore è costretto, a far pesare ogni istante per restituire il sentimento del tempo perso che scorre via e così aumentare la frustrazione. Nonostante la lentezza, tuttavia, riesce a mantenere vivo un permanente stato di inquietudine, un leggero sibilo di sospetto che cresce e si dirada alternatamente, una tensione sottile ma sempre presente, quasi pervasiva. In effetti Kuznecov, nei panni del protagonista, restituisce molto bene lo spaesamento del giovane procuratore, sempre cauto e composto e però deciso, insistente nelle sue richieste, saldo nei suoi ideali.
La pellicola vuole essere una denuncia, mai urlata eppure chiara e limpida, di ogni sistema totalitario, qui connotato soprattutto come sopruso sui più deboli, abuso di potere, ineluttabilità e soprattutto un grande senso di ingiustizia che rimane come ultimo sapore in bocca a fine visione. Perchè Kornev lotta, con le armi del diritto e dell’ideale giuridico, si dà da fare, persiste, ci crede ma in ultimo rimane sconfitto: non da un singolo atto violento ma da tutto un sistema, viziato dall’interno, i cui tentacoli arrivano ovunque e le cui maglie paiono impenetrabili. Alla fine, sembra suggerire il film, è impossibile vincere una partita contro una squadra che ha comprato l’arbitro.
Tommaso Kadolph
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