Russia, primi anni 90. L’URSS è crollata. Nel caos di un Paese in ricostruzione, Vadim Baranov, un giovane uomo dall’intelligenza fuori dal comune, si sta facendo strada. Ex artista d’avanguardia nonché produttore di un reality show televisivo, Baranov diventa il braccio destro di un uomo che ha lavorato nel KGB e che è destinato a conquistare il potere assoluto: Vladimir Putin, altrimenti detto «lo zar».

Un grande romanzo storico, la storia e la cultura di una grande nazione e il tentativo di catturare in 150 minuti il mistero e la contraddittorietà di una delle figure politiche più rilevanti del nostro tempo. In questo si sintetizza l’opera magna di Oliver Assayas, che con il suo film Il mago del Cremlino (tratto dall’omonimo romanzo di Giuliano da Empoli e presentato in concorso all’82ª Mostra del Cinema di Venezia) torna dietro la camera con una coproduzione internazionale e una collaborazione in scrittura con Emmanuel Carrère.

Tanti grandi nomi, ricostruzioni storiche affascinanti e una narrazione sovrabbondante, per un’opera che vuole ragionare sulle derive autoritarie del potere, sui pericolosissimi e innumerevoli strumenti del sopruso e sul labile confine tra realtà della dittatura e percezione di democrazia. Nel corso della narrazione, che copre oltre un ventennio di storia russa, compaiono molti di quei personaggi che hanno determinato le sorti della geopolitica come la conosciamo oggi, sempre accompagnati da un Vadim Baranov (misuratissimo e a tratti irriconoscibile Paul Dano) consigliere e stratega del potere, che qui funge anche da narratore dell’intero racconto.

Ma se lo sforzo produttivo è evidente e l’impegno nella costruzione delle figure protagoniste è innegabile, non si può fare a meno di notare la piattezza nello sviluppo narrativo, così come una messa in scena priva di guizzi e una certa vecchiezza di nozioni, fatti e concetti storici che non sembrano riuscire a raggiungere complessità e velocità della nostra realtà contemporanea: nel dipingere le sue figure del potere, Assayas lavora su dati di fatto, paragrafi di storia già consolidati – dunque antichi – che rimangono ancorati nel loro tempo e non lanciano ganci a temi caldi come quello della Russia del post-guerra ucraina. Un’impostazione di metodo che trasforma il film in un classico resoconto di storia capace di appassionare, ma che resta comunque ancorato a paradigmi di politica e realtà ormai superati; una scelta narrativa di certo sicura e confortevole per il regista francese, che nel suo voler aderire pedissequamente all’impostazione storica del romanzo di Giuliano da Empoli non sempre riesce però a sfuggire al didascalismo, anche a causa di una verbosità eccessiva e di un voice over ingombrante, che rendono il film difficile da reggere dopo la prima ora e mezza.

Restano le belle immagini di una Russia anni 90 viva, contraddittoria e in transizione dopo la caduta dell’URSS, una rappresentazione accurata della sfrenata ambizione e brutalità di cui solo l’essere umano è capace e l’ottima interpretazione di Jude Law nei panni di un Vladimir Putin assetato di potere.

Letizia Cilea

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