A sei anni di distanza dal suo ultimo film, Manhunt, John Woo, maestro del thriller, torna a girare un film hollywoodiano. Brian (Joel Kinnaman) cerca una violenta vendetta contro una banda i cui colpi di arma da fuoco in una sparatoria hanno incidentalmente ucciso il suo bambino il giorno di Natale. Brian viene anche colpito alla gola dal leader della banda (Harold Torres), lasciandolo senza voce e creando il dispositivo di narrazione che rende il film praticamente privo di dialoghi.

Silent Night inizia “in medias res”, quando Brian, con indosso un maglione natalizio schizzato di sangue, insegue le bande rivali mentre sparano da auto in movimento. Vediamo quindi lui e sua moglie Saya (Catalina Sandino Moreno) mentre l’uomo si riprende in ospedale, e solo quando tornano a casa giorni dopo rivisitiamo l’incidente scatenante e veniamo a conoscenza della morte del figlio. Se in mani meno esperte, la quasi totale mancanza di dialoghi del film potrebbe apparire come un espediente da quattro soldi, nelle mani di Woo tende sempre al melodramma; il protagonista deve prima toccare il suo punto più basso e isolarsi dai suoi amici e dalla famiglia prima di agire. Il regista sottolinea il tono inizialmente cupo di Silent Night attraverso divagazioni che trovano la loro massima potenza quando li applica esclusivamente a scopi di pathos: un accenno musicale che inizia proprio mentre un Brian in lutto inciampa nella stanza ora vuota di suo figlio, uno spazio scarsamente illuminato nella sua casa ormai simile a un mausoleo, e così via. Woo è un regista con una visione e maneggia bene questo approccio visivo alla narrazione. Dopo che la vita è ripresa per Brian e Saya, il loro crescente divario è rappresentato mettendo Brian in un garage buio nel quale una lama di luce entra solo da un lucernario, mentre sua moglie lo osserva dalla cucina illuminata. Il dolore e le ferite hanno precipitato Brian in un luogo senza voce e senza luce (lo stile fisico ed espressivo di Kinnaman rende bene una carica emotiva che trasmette tutto il suo dolore in combattimenti che mantengono le scene d’azione avvincenti). Altro vantaggio di avere un protagonista muto, è che elimina gran parte delle inutilità che nel corso degli anni sono diventate la norma negli studi ad alto budget, e consente a Woo di concentrarsi sulle cose in cui eccelle: sequenze di combattimento corpo a corpo cinematiche e ritmicamente armoniche; una furia automobilistica su larga scala; la perfetta organizzazione di enormi scontri a fuoco che usano ogni centimetro dello lo spazio cinematografico. Il problema del film è che Brian è l’unico che può essere ragionevolmente definito un personaggio; tutti gli altri (la moglie, l’investigatore, i cattivi stessi) sono nella migliore delle ipotesi appena accennati, nella peggiore solo dei fantocci destinati a cadere.

Come in The Killer, Silent Night termina con una nota carica di cupezza che riconosce quanto la furia del protagonista non porti alcuna soddisfazione. In Silent Night Woo rende profondamente toccante il riconoscere l’impossibilità di superare completamente la perdita di una persona cara: ma quel furore, quella brama di vendetta, non importa quanto giustificata, genera solo altro odio e dolore.

Beppe Musicco

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