L’ inconfondibile stile di Mike Leigh è caratterizzato da ritmi equilibrati e trame essenziali, in un meticoloso rigore narrativo. Nate con un gruppo di attori fidati, le sceneggiature del regista inglese sono sorprendentemente esatte nel delineare i personaggi, tessendo intricate e complesse reti di tensione, che nascono però da scenari generalmente banali, come un appuntamento dalla parrucchiera o una scena in ufficio. Di certo i suoi film richiedono un’attenzione scrupolosa: basta distrarsi un attimo per perdersi qualcuno che rivela l’inaspettato. Scomode verità si presenta come una sorta di sfida; la sua protagonista, Pansy (Marianne Jean-Baptiste, che torna a lavorare con Leigh dopo il bellissimo Segreti e bugie del 1996), non è affatto un tipo accomodante. Anzi, è sicuramente il personaggio più insopportabile del film. Non passa momento senza che lei scagli insulti feroci a voce alta contro chiunque le si pari davanti, che si tratti del silenzioso marito Curtley (David Webber), del pacato figlio Moses (Tuwaine Barrett), dell’affabile e simpatica sorella Chantelle (Michele Austin), o di qualsiasi altro che si trovi ad incrociare durante la giornata. Nonostante i 97 minuti del film (il più breve tra tutti i suoi degli ultimi trent’anni), il temperamento verbalmente violento ed estenuante di Pansy sembra voler mettere alla prova la tolleranza dello spettatore. La Jean-Baptiste si muove su un filo particolarmente sottile, dato che il suo personaggio è forse il più vicino al concetto di antipatia che un dramma realista sia mai arrivato a rappresentare. Bisogna riconoscere però che quel limite Leigh non l’ha mai oltrepassato. Anche nei suoi momenti più grotteschi, la protagonista sprigiona una rabbia che si percepisce come straziantemente reale. La recitazione è di una grandezza che lascia attoniti (in una scena particolarmente devastante, Pansy riesce a emettere un singolo “grazie” con tale difficoltà che sembra quasi che stia espellendo un calcolo renale) sebbene il personaggio provi altrettanta sofferenza nei silenzi carichi di tensione che si susseguono, trasformandosi in qualcosa di assolutamente terrificante alla fine del film. Le origini di questa infelicità non vengono mai definite del tutto, e Pansy stessa ammette apertamente di esserne perplessa quanto chiunque altro. Ci deve essere sotto un risentimento o un rimpianto familiare, così come una serie di problemi di salute che potrebbero o meno essere psicosomatici. La casa di Pansy, tenuta meticolosamente pulita e spogliata di ogni colore e identità, è più una camera ermeticamente sigillata che una casa: un muro di Berlino tra lei e tutto ciò che non può controllare (inclusi il marito e il figlio).

Scomode verità dà spesso il meglio di sé quando include le vite dei suoi personaggi secondari. Pochi degli intermezzi che presentano la famiglia di Pansy hanno un impatto immediato sulla sua situazione, eppure nessuno è superfluo. Per tutto il film, Leigh mette in scena uno dei suoi soliti espedienti, sviluppando gradualmente i personaggi in quadri separati, prima di riunirli per esaminare come si intrecciano i loro problemi. Quando Chantelle, parrucchiera e sorella di Pansy, lavora nel suo salone e parla con i clienti, la scena è di una fluidità e di una qualità colloquiale impressionante, mentre abilmente prepara l’attrito tra la curiosità carica di simpatia di Chantelle e il pessimismo offuscante di Pansy.

Leigh presenta i personaggi senza condiscendenza, concependoli non in termini morali assoluti, ma come in continua evoluzione. Il film non esprime un giudizio su Pansy o sulla sua famiglia, piuttosto lascia che si giudichino tra di loro sotto i nostri sguardi. Una delle scomode verità del titolo potrebbe benissimo essere che anche i più amareggiati tra noi meritano una particolare compassione, anche se non fanno niente per meritarsela. Ma evidentemente Leigh non pensa spetti a lui risolvere questa contraddizione.

Beppe Musicco

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