La città proibita è un vero e proprio miscuglio di generi: si passa dai cinesi gongfu (o kung fu, come lo chiamavamo una volta), al wuxia (il genere epico sul tipo di Grosso guaio a Chinatown), al dramma, alla commedia romantica, fino a quello che i romani chiamano ironicamente il “film de menare”. Eppure non si può negare che quest’opera di Gabriele Mainetti (che ci aveva abituato a titoli creativi e fuori dagli schemi come Lo chiamavano Jeeg Robot e Freaks Out) sia senza dubbio riuscita, creando un vortice di situazioni che lasciano lo spettatore con il fiato sospeso davanti ai numerosi colpi di scena.

La vicenda si apre nella Cina degli anni 90, quando la politica del figlio unico obbliga una famiglia a nascondere una delle due sorelline, per evitare di incorrere nelle punizioni governative. Con un salto temporale e geografico (realizzato con cura e suspense veramente notevoli), vediamo la giovane Mei (Yaxi Liu) sbucare letteralmente a Roma al rione Esquilino, dove nei portici di Piazza Vittorio si ammassa una folla eterogenea e dove si affacciano due ristoranti: il cinese “La città proibita” del crudele Mr. Wang (Chunyu Shanshan), e “Da Alfredo”, il cui titolare (Luca Zingaretti) è da tempo sparito, lasciando tutto il lavoro sulle spalle del figlio Marcello (Enrico Borello) e della moglie Lorena (Sabrina Ferilli). Frequentatore abituale del locale è anche Annibale (Marco Giallini), sfruttatore, usuraio e trafficone, ma vecchio amico di famiglia che non nasconde le sue mire sull’abbandonata Lorena. Mei, che è stata salvata grazie ai soldi mandati dalla sorella, vorrebbe trovarla, ma teme che la mafia cinese l’abbia costretta a prostituirsi e poi fatta sparire. In questa commistione sino-romana, succede di tutto nell’ostinata ricerca di Mei della sorella, convinta che dietro a questo ci sia la mente malvagia di Wang. A rimanere coinvolto resterà ovviamente anche l’ingenuo e pacifico Marcello, travolto nel girone di violenze e vendette innescato da Mei.

Vorticoso e violento come un film di Tarantino, con un tocco di romanticismo e ingenuità sul tono di Vacanze romane, trash come i film del Monnezza con Tomas Milian, La città proibita è senza dubbio un film riuscito, a cui si perdonano volentieri alcune svolte un po’ troppo repentine (Mei che da spietata vendicatrice si trasforma in incantata turista nello spazio di qualche istante) o qualche lungaggine negli interminabili duelli. Ma i personaggi sono ben descritti, e ci si affeziona subito al tenero Marcello e a sua madre, mentre Giallini senza la consueta barba è perfetto nella sua untuosa ambiguità. La Roma multietnica, dai rapper cinesi ai cuochi pakistani e i lavapiatti africani, offre sempre spunti per siparietti tragicomici dove tutti possono essere buoni o cattivi, spietati o compassionevoli, nella loro ricerca di un posto dove poter godere di un po’ di tranquilla felicità.

Beppe Musicco

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