Enzo Ceccotti è un piccolo delinquentello della periferia romana, che per pochi soldi commette furti su commissione di bande di sfruttatori. Fuggendo dalla polizia, si butta nel Tevere: immerso nell’acqua, entra a contatto con una melma fuoriuscita da bidoni di sostanze radioattive. E in questo modo prima rischia di lasciarci la pelle, poi acquista incredibili super poteri da fumetto: diventa fortissimo e indistruttibile, resistendo a ferite e a colpi mortali (cade dall’ultimo piano di un cantiere), ma usa i poteri in modo tutt’altro che eroico. Come quando “preleva” un intero bancomat… Un colpo che lo rende leggendario nel quartiere, dove la sua figura viene dipinta sui muri e citata da sempre più persone. Ma in questo modo suscita non solo l’interesse dei media e della polizia – mentre Roma è scossa da attentati dinamitardi – ma anche la diffidenza della criminalità locale. In particolare si scontrerà con lo Zingaro, capobanda tossico, psicopatico e dalle smisurate ambizioni (criminali ma anche di spettacolo…), prima in alleanza e poi in contrasto con la gang dei “napoletani”. Intanto Ceccotti cerca di mantenere nascosta la sua identità e i suoi superpoteri; ma viene “scoperto” dalla giovane Alessia, ragazza-bambina disturbata mentalmente convinta che lui sia il mitico Jeeg Robot d’acciaio, protagonista del cartone animato giapponese di cui lei è maniaca. Alessia se ne innamora e lo vede come un vero eroe: ma c’è posto per l’amore e per l’onore per un piccolo delinquente di periferia, tanto introverso e solitario quanto egoista e desideroso solo di prendere i vantaggi della nuova condizione e non certo le “responsabilità”?

Un super eroe a Tor Bella Monaca, uno dei quartieri romani più degradati: presentato alla Festa del Cinema di Roma 2015, tra l’entusiasmo del pubblico e della critica (evento raro, nel cinema italiano), Lo chiamavano Jeeg Robot è un inedito melange di cinefumetto all’italiana e commedia grottesca, favola e noir, action anche piuttosto violento e dramma sociale, con una vena di follia ed eccentricità che risulta a tratti estremamente comica (alla Tarantino, per trovare un facile modello) e in altri momenti inquietante. L’effetto è sorprendente e piacevole, di intrattenimento di livello nonostante il budget limitato (ma anche per questo l’uso degli effetti speciali è intelligente e apprezzabile) anche se non mancano scelte e scene che lasciano perplessi: se la violenza “pulp” nel film d’esordio di Gabriele Mainetti (apprezzato regista di corti – suoi i premiati Basette, omaggio a Lupin III con Valerio Mastandrea e Marco Giallini, e Tiger Boy ma anche talvolta attore, specie in tv), appunto da emulo di Tarantino, a tratti è davvero eccessiva ma ormai il pubblico ci si sta abituando (è un bene?), alcune scene di sesso risultano particolarmente sgradevoli e truci anche se inserite in un contesto di degrado umano che potrebbero giustificarle. Ma rischiano di restringere il pubblico di un film che poteva essere più ampio. Hollywood magari se lo può permettere con Deadpool (che calca di più sulla violenza che sul sesso, quasi solo “parlato”), forse il cinema italiano no. Tra i difetti, ci metteremmo anche una serie di finali quasi a non saper come chiudere.

I meriti, però, del film sono senz’altro più numerosi. A cominciare dall’aver puntato su linguaggi e generi che il nostro cinema tende a evitare (puntando solo su commedie e drammi), dimostrando che effetti speciali e azione (lo scontro allo stadio…) possono essere credibili anche in un film italiano, ma con quel tocco di sentimento e follia che caratterizzano un’opera europea. La storia d’amore con Alessia, tra la follia di lei e l’egoismo “redento” di lui, ha momenti toccanti. Mentre la figura dello Zingaro, scolpita da un Luca Marinelli ormai gigantesco (dopo Non essere cattivo un’altra interpretazione da premio), regala un “cattivo” da antologia, violentissimo e roso da ambizione smisurata ma anche caratterizzato da tocchi notevoli come la passione per le canzoni anni 80 e l’ossessione per la celebrità: scene di culto quando canta “Un’emozione da poco” di Anna Oxa o uccide una criminale rivale sulle note di “Ti stringerò” di Nada. Senza contare il look, che ne fa un una specie di Joker “en travesti”, un po’ punk e un po’ drag queen.

Suo contraltare è ovviamente Claudio Santamaria nei panni del protagonista: l’attore romano, ingrassato di venti chili per il ruolo, è credibile sia da piccolo ladruncolo solitario e disadattato (con la squallida casa piena di dvd porno e budini alla crema) che come supereroe suo malgrado, comunque taciturno e scontroso ma desideroso di entrare in una prospettiva per lui inizialmente lontana e assurda. Senza considerare la sua prova “vocale”: è lui a cantare la mitica sigla della serie di Jeeg Robot d’acciaio, in una versione “da ballata” sui titoli di coda. La prova di Santamaria – già impegnato da super eroe come doppiatore di Christian Bale nella trilogia di Batman di Nolan – è differente da quella di Marinelli, in “levare” e non esplosiva. Ma non meno convincente. Il loro confronto a distanza che si conclude con il più classico dei duelli, entra di diritto nella galleria degli scontri cinematografici. E anche il finale si fa ricordare, e apre a un possibile e auspicabile secondo capitolo, dove magari si potrà puntare sui pregi e provare a evitare inutili sgradevolezze.

Antonio Autieri