L’opera di Maura Delpero – Leone d’argento Gran premio della giuria all’81ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia – è ambientata nella piccola comunità montana del Trentino, al confine con la Lombardia attraverso il passo del Tonale, che dà il titolo al film, nel crepuscolo della seconda guerra mondiale (la storia inizia nell’ultimo inverno 1944e si conclude un anno dopo) e subito dopo la fine del conflitto. Nella famiglia del maestro del paese si susseguono le quattro stagioni, le nascite e le morti, il raggiungimento dell’età adulta, l’estrema povertà – sembra di toccarla – che decide chi potrà studiare e chi no. I bambini e i ragazzi del paese vanno tutti a scuola nella stessa classe con lo stesso maestro, il “patriarca” Graziadei che è figura chiave della comunità e padre di 7 figli – ma due sono morti subito – e quindi pure di alcuni suoi allievi che tratta in maniera ben differente: umiliando il maschio maggiore di casa e la ragazza che ha desiderio di imparare e vedere il mondo ma non la capacità di “eccellere”, esaltando la piccola che sembra a lui stoffa e talenti su cui investire energie e possibilità future. Una figura burbera, pure ispida, che si ostina a insegnare l’italiano e a correggere gli errori agli smarriti studenti ma anche ai compaesani o alla moglie, che fa sentire Vivaldi in classe facendo riconoscere il cambio delle stagioni, che usa modalità brusche che possono sembrare saggiamente educative (almeno come si poteva intendere una volta l’educazione) ma che alla lunga rivela i suoi lati oscuri e le sue meschinità, anche con la moglie che si dibatte tra fatiche e gravidanze. Ma tutto sembra naturale e in sintonia con i luoghi. Anche se, sotto l’apparenza della comunità bucolica e idilliaca, ci sono piccoli segnali in chiaroscuro, senza parlare del pericolo incombente della guerra, del nemico che potrebbe arrivare con violenza.

Ma a rompere l’equilibrio che comunque resiste a Vermiglio e soprattutto nella famiglia Graziadei, era arrivata una presenza silenziosa ma alla lunga travolgente: un soldato siciliano, che scappa dalla guerra e si nasconde sui monti per non dover combattere con i nazifascisti, spaurito e incapace di comunicare attira però l’attenzione della figlia maggiore del maestro, Lucia. La ragazza, timida e tutt’altro che affascinante ma dai modi gentili e sensibili, è subito catturata dalla fragilità dell’uomo, gli si avvicina, gli lancia segnali, lo conquista con la sua dolcezza che scioglie un cuore segnato dall’orrore. Ne nasce una tenera storia d’amore, un bambino, il matrimonio – tra qualche perplessità degli abitanti locali per lo sposo disertore e per giunta meridionale – e proprio allora finisce la guerra: sembra che la felicità stia per arrivare per tutti. Ma la vita può reclamare tanto, agli uomini e alle donne, anche in tempo di pace.

Si cammina un po’ sulle uova nel commentare Vermiglio, un film molto bello che ci immerge in maniera credibile in quel mondo (molto più che in altri film simili recenti, ad esempio Campo di battaglia – un altro film di guerra senza guerra – che sembra molto più “costruito”) ma che è anche pieno di sorprese e piccoli e grandi colpi di scena da non svelare. Il contesto affascina subito: viene un po’ spontaneo pensare inizialmente a L’albero degli zoccoli – citato anche dal direttore della Mostra Alberto Barbera – ma la stessa autrice non solo si è schermita per l’impegnativa responsabilità del confronto, ma ha anche messo le mani avanti: il suo non è cinema che parte dalla rappresentazione della realtà, ma dalla dimensione interiore. Più di recente, L’uomo che verrà di Giorgio Diritti – peraltro di formazione olmiana – aveva rinnovato quel modo di guardare agli umili. La Delpero va oltre, e innesta elementi di modernità forse anche a rischio di sembrare a tratti anacronistica. Come per alcune morbosità insistite e fastidiose, e pure forse per la stessa figura di un padre così colto in mezzo a quella gente (ma tale scelta può anche suonare originale e al tempo stesso eco di memorie di paese), o il rapporto con la moglie “ignorante”: se era naturale in quegli anni vedere una donna che procreava un figlio dopo l’altro (a un certo punto si trova a tirar su quasi due bambini in contemporanea, come mostra concretamente la scena in cui allatta in contemporanea il suo ultimo neonato e quello della figlia), lo è meno vedere le sue reazioni in crescendo che stonano un po’ con il contesto storico e familiare.

Ma nel complesso il film è assolutamente riuscito come apologo universale – e infatti apprezzato anche dalla stampa internazionale a Venezia – della maternità e del coraggio femminile, e più in generale di una resistenza al dolore e alle ingiustizie da parte di gente umile e fiera. La rappresentazione del nucleo familiare, costellato di donne che sono appunto il fulcro d’interesse dell’autrice, è ben riuscita e restituisce un’immagine di tenerezza e fragile forza, con una parabola da umiliazioni dolorose alla rinascita che apre alla speranza nel futuro e al cambiamento (altro che C’è ancora domani…). La scelta di filmare completamente in dialetto trentino (ci sono i sottotitoli, ovviamente), contribuisce inoltre all’autenticità delle immagini e, in alcuni casi, aggiunge una nota di divertimento, soprattutto in bocca ai più piccoli, che seguono le vicende più serie o anche tragiche con la loro innocenza. Ottimi tutti gli attori (molti i non professionisti): era facile immaginarsi la bella prova di Tommaso Ragno (da anni tra i migliori attori italiani) nei panni del capofamiglia, ma la vera sorpresa è l’esordiente Martina Scrinzi che conquista man mano la scena.

Rispetto a Olmi, ma anche a Diritti, manca un aggancio alle origini fondanti questa umanità popolare e sana (la fede si vede ma non sempre sembra reggere, nonostante il nome della famiglia Graziadei). Quanto alla regista, dopo Maternal Maura Delpero è un’altra conferma di un talento evidente, esploso tardi (ma gli anni da documentarista hanno nutrito il suo sguardo e il suo stile), su cui ora il Cinema italiano può contare per il futuro dopo un’opera seconda davvero impressionante, capace di unire una raffinata cura formale a una narrazione profondamente emotiva e compassionevole.

Selezionato dall’Italia per la corsa all’Oscar internazionale: Vermiglio avrà rivali molto forti, magari non arriverà alla nomination ma certo ci non fa sfigurare.

Antonio Autieri

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