Quando nel 2003 uscì in libreria “Zamora”, il suo autore Roberto Perrone era già da anni un nome notissimo del giornalismo sportivo italiano. Cronista del “Corriere della Sera”, scriveva principalmente di nuoto e tennis, ma non disdegnava di certo il calcio (nativo di Rapallo, era tifosissimo del Genoa). Leggendo il libro, quello che stupiva era la precisione con cui descriveva la Milano degli anni 60: caratteri, ambientazioni, inflessioni del dialogo, sembravano l’opera di un conterraneo di Giovanni Brera o Lucio Mastronardi, non certo di un milanese acquisito, e al tempo stesso le vicende del giovane ragioniere costretto a giocare a pallone (il folber, alla Brera) sono trattate con lo stile e lo humour degni dei grandi narratori britannici, un po’ Dickens e un po’ Wodehouse.

Perfetto abitudinario, Walter Vismara (Alberto Paradossi) è felice del suo lavoro e della sua routine di vita familiare, ancora a casa dei genitori a Vigevano. Quando il suo datore di lavoro gli annuncia la decisione di ritirarsi, ma anche di averlo raccomandato a un amico per un nuovo impiego in un’azienda della periferia milanese, il disorientamento lo assale. Prima la scelta obbligata di lasciare il nido per trasferirsi a Milano a casa della sorella (una stupefacente Anna Ferraioli Ravel, capace di passare con disinvoltura dalla youtuber romana di borgata di Un altro ferragosto a una perfetta sciura milanese). Quindi il disorientamento che diventa sconcerto allo scoprire che il ruolo di capo contabile alla “Tosetto Guarnizioni” non lo esclude dal dover partecipare agli allenamenti in vista della fatidica partita aziendale “scapoli contro ammogliati”, grazie alla passione del titolare (un Giovanni Storti in un ruolo fatto apposta per lui): «Vismara, qui siamo tutti una grande famiglia: Dio, Tosetto, le guarnizioni e il folber». Quando gli viene chiesto in che ruolo intenda giocare, lo sventurato (che a calcio non ha mai giocato e men che mai interessato) risponde con l’unico ruolo che conosce: “portiere”, col risultato di vedersi appioppato il nomignolo ironico di “Zamora” (mitico portiere del Real Madrid degli anni 30) al primo allenamento che rivela la sua totale incapacità. La frustrazione, unita a un maldestro corteggiamento della giovane collega Ada (Marta Gastini) sembrano invogliare a ignominiose dimissioni, ma la vicenda ha una svolta quando Walter decide di chiedere aiuto a Giorgio Cavazzoni (Neri Marcorè), ex portiere del Milan: solo lui può aiutarlo a diventare un vero giocatore e riguadagnare il rispetto dei colleghi.

Anche se non sembrava difficile adattare “Zamora” per farlo diventare un film, (chi lo leggeva si figurava subito scene e personaggi come se fossero già sullo schermo), bisogna ringraziare Marcorè al suo esordio registico, che ha saputo perfettamente dirigere e interpretare l’adattamento per lo schermo, mantenendo – con poche variazioni – l’anima del libro: i locali di una Milano nebbiosa, la determinazione e l’ottimismo del boom economico, lo spirito aziendale, l’adeguarsi dei costumi (come dice Ada di fronte alle reticenze sentimentali del protagonista: «Ragioniere, questi sono gli anni sessanta!»). Vismara e i suoi colleghi e antagonisti ci riportano a un mondo in cui il calcio e la vita erano strettamente legati anche nelle vicende quotidiane, e il successo nello sport poteva iniziare anche da una partitella tra colleghi.

Da ultimo, chi scrive ha goduto per lunghi anni dell’insostituibile amicizia e simpatia di Roberto Perrone, e ha sperimentato la sua disponibilità tutte le volte che Sentieri del Cinema lo invitava a presentare o a parlare di qualche film di argomento sportivo. “Perri” come lo chiamavamo, è stato anche un grande giallista, e speriamo che i suoi romanzi polizieschi trovino, come Zamora, la possibilità di farsi apprezzare anche dagli spettatori del cinema.

Beppe Musicco

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