Le cose son chiare fin dall’inizio, quando Carlos Santana afferma di aver accettato questo documentario perché avrebbe avuto il totale controllo su quel che si diceva e mostrava su di lui. Così Carlos: il viaggio di Santana– diretto da Ruby Valdez – è sicuramente quanto di più si avvicina all’autocelebrazione del chitarrista, che ci tiene anche a mostrarsi a torso nudo mentre fa yoga per mostrare la sua ancora perfetta forma fisica. La storia del protagonista è raccontata da lui stesso, dall’infanzia in Messico al trasferimento a San Francisco, i primi concerti in cui si fece riconoscere, l’approccio alle esperienze psichedeliche degli anni 60. Esemplare quando racconta dell’attesa per suonare al festival di Woodstock: convinto mancassero ancora parecchie ore alla sua esibizione, accettò una pasticca di LSD da Jerry Garcia dei Grateful Dead, certo che gli effetti sarebbero svaniti prima di salire sul palco. Ma un improvviso cambio di programma anticipò il tutto, e Santana si esibì convinto che il manico della sua chitarra fosse un serpente da domare suonando (se guardate la sua faccia nel video del tempo, il tutto risulta piuttosto credibile).
Non ci sono voci discordanti nel film. Carlos era un geniale talento musicale e una bravissima persona, e tale è e rimane (del divorzio dalla prima moglie parla solo lui, e così pure delle sue doti): nel film non ci sono fans, membri della band, produttori o altre figure, se non citati da lui stesso. Anche le sorelle, sole testimonianze familiari, sembrano mordersi la lingua in più di un’occasione. Ad accompagnare le gesta di Santana una colonna sonora fatta per la maggior parte da numerose ripetizioni di “Oye como va”.
Al di là degli oggettivi limiti di questo biopic, rimangono bellissimi filmati (anche inediti) di un grande strumentista e innovatore del panorama musicale degli ultimi decenni del ’900, nonché vincitore di ben dieci premi Grammy.
Beppe Musicco
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