Di film, soprattutto di giovani registi, su contesti socialmente degradati ne è pieno il cinema italiano. Ma Jonas Carpignano (nato a New York nel 1984) è italiano fino a un certo punto: il padre è italiano ma la madre è afroamericana;  e lui vive da anni negli Usa da anni. Del suo cinema, a cavallo tra documento e finzione, si innamorò Martin Scorsese ai tempi del precedente Mediterranea, tanto da contribuire a produrre il film successivo. Ovvero A Ciambra: qui osserva la comunità rom di Gioia Tauro in Calabria (Ciambra è il nome di un quartiere dove hanno la loro base) e in particolare Pino, che vive con i genitori e altri parenti come in un mondo a parte. Pino è un ragazzino furbo e candido al tempo stesso, dal parlare sboccato e dalle timidezze spiazzanti se qualcuno davvero lo guarda. Attorno a lui il contesto è duro, tra bambini che fumano, ragazzi sbandati, adulti dediti a furti e piccoli traffici, controlli della polizia… Anche se a suo modo la comunità rom gestisce il territorio e si esprime come un grande nucleo familiare d’altri tempi, di impostazione patriarcale con le sue tensioni (anche sull’irrequieto Pino, che la madre vede uscire di continuo e di cui si lamenta spesso; senza parlare della diffidenza con gli “italiani”, spesso criminali, e soprattutto del loro razzismo sugli africani della zona…). E mentre padre e fratello vengono arrestati, per Pino arrivano le responsabilità di “uomo” e capofamiglia precoce, che deve pensare al sostentamento della famiglia. Un ruolo contrasto con la sua attitudine di apertura anche al mondo esterno, tanto che il suo miglior amico è Ayiva (interpretato da Koudous Seihon, già visto in Mediterranea), un uomo proveniente dal Burkina Faso che lo ha preso in simpatia.

Carpignano ha talento, come si è accorto un grande come Scorsese: sorprende la sua capacità di rappresentazione di un ambiente con verità non manipolatoria; dopo la visione del film, ci sembra di conoscere davvero quella comunità rom. Ma il regista italoamericano fa ancora cinema orgogliosamente per pochi, che neanche la scelta di candidarlo all’Oscar come rappresentante per l’Italia nella categoria “miglior film straniero” aiuterà. L’autore descrive tutto quello che gli capita a tiro (la famiglia Amato – nell’elenco degli attori questo cognome appare un sacco di volte – e in particolare il figlio Pio, che interpretano se stessi, ma anche le persone che gravitano attorno) senza dare giudizi, ma solo con il desiderio di avvicinare lo spettatore a un mondo con cui è venuto a contatto in circostanze fortuite (dopo aver subito il furto di un’auto…) e di cui è sinceramente affezionato. A volte, nel mostrare evidente simpatia per questo ragazzino, viene in mente a bruciapelo certo cinema di una volta che sapeva raccontare i giovanissimi, Truffaut su tutti (ovviamente con tutti i limiti di un paragone impossibile). Le ambientazioni notturne, grazie a un’eccellente fotografia, e il ritmo fin troppo placido – nonostante alcune singole scene sia abbastanza forti – mettono un po’ alla prova gli spettatori, come pure l’insistenza delle riprese dei personaggi da dietro (il “nuchismo” inventato dai Dardenne, con un senso morale forte, è diventato inflazionato grazie a troppi imitatori…). Il risultato è un’opera rivolta soprattutto a spettatori “coraggiosi”, disposti a fare un’esperienza cinematografica particolare e che lo potranno apprezzare. Un buon film, insomma, a tratti potente, con alcune scene significative (come la processione funebre o l’apparizione del cavallo) e l’incredibile capacità del giovanissimo Pio Amato di recitare se stesso e a un tempo di sembrare un giovanissimo attore in formazione. E con un finale sempre più drammatico in cui le scelte del giovane Pio diventano quasi insostenibili per la sua età. Ma A Ciambra ha anche qualche limite (e non secondario), perché con qualche scena sgradevole in meno e un po’ di “leggerezza” in più (magari puntando meno su metafore e simboli) poteva anche allargare il suo pubblico. Carpignano invece si ferma nella ridotta di un pubblico super cinefilo e di sale cinematografiche super specializzate. Quasi un’altra enclave: lo aspettiamo fuori dal “ghetto” dorato che si è per ora creato, per apprezzare ancor di più il suo talento.

Antonio Autieri