Il miglior insegnamento che si può trarre dal nuovo film di Darren Aronovsky (Requiem for a dream, Cigno nero) è sicuramente di conoscere bene i propri vicini di casa, almeno prima di accettare di fargli un favore.
Tratto dall’omonimo romanzo di Charlie Huston, il film racconta di Hank Thompson (Austin Butler) ex promessa del baseball (passione che condivide con la madre), ora barista in un locale dell’East Village, alle prese con una serie di tetre disavventure nella New York del 1998. Convinto unicamente di fare un favore al proprio vicino di casa Russ (Matt Smith), Hank viene coinvolto in un affare tra mafie della zona. Nonostante svariati tentativi per tirarsene fuori, cercando aiuto dalla sua fiamma Yvonne (Zoë Kravitz) e dai suoi amici, fino a chiedere alla polizia, Hank finisce sempre più coinvolto. Senza scampo dalle circostanze, che ghermiranno la gente a lui più cara, Hank arriva al punto in cui smette di fuggire dal problema attuale, come dal passato, e decide di prendere parte a una forsennata danza metropolitana.
Effettivamente il film è una folle corsa al gatto e il topo per le vie di Manhattan, che viene efficacemente dipinta in un’epoca che sembra ormai inimmaginabile, pre 11 settembre. Strizzando l’occhio a Fuori orario di Scorsese (gran film di metà anni 80), si viene trasportati in un mondo dentro al mondo, quello della città cosmopolita della cui vita Hank esce inizialmente vittima, travolto dalle sue molte etnie e traffici. La vera missione del protagonista cambierà velocemente da una fuga dalla mala alla ricerca della propria libertà, libertà dalle catene dell’immagine di quella che sarebbe potuta essere la sua vita. Alla fine Hank, costretto a salvarsi la vita, viene messo davanti al motivo per cui ne valga la pena: se spenderla nel rimorso e nell’alcol sia davvero tutto quello per cui lottare.
Il tutto è caratterizzato da un forte tono ironico: l’intera trama si regge sul fatto che Hank non cerchi nessuna delle sue disavventure, anzi faccia qualsiasi cosa per evitarle. E ciò si rivela una grande lente su quello che è la vita di ognuno, la sottile ironia del film descrive la reale dinamica per cui anche i piani meglio dispiegati sono fatti per saltare, ma in nessun modo questa è una fregatura. Hank non ha mai veramente in mano nulla di come andranno le cose, ma la situazione cambia nel momento in cui decide di coinvolgersi attivamente nella sua vita e non esserne semplice spettatore.
L’atmosfera del film trasmette molto bene questa sorta di dark humour sia attraverso i giochi di luce e molte scene buie che appartengono alla nightlife newyorkese, sia nel ritmo delle sequenze: al culmine di momenti di grandissima violenza e tensione, smorza con un ironico cambio di inquadratura o una battuta fuori luogo. Perché comunque c’è da sottolineare che Aronofsky non si risparmia sulla crudezza delle scene, che sicuramente aiuta a rendere la schiettezza di un racconto senza censure, ma potrebbe infastidire un pubblico sensibile a sangue e ossa fracassate.
Nel complesso il film è coerente e funziona, anche gli attori si calano bene nelle loro parti (un plauso a Bad Bunny nel ruolo di Colorado, cantante di professione), però nulla di strabiliante a livello di trama, tanto che dopo il terzo colpo di scena telefonato rischia di diventare un po’ monotono e anche il finale non sorprende particolarmente. Si distingue per la sua piega ironica; per il resto rimane un lavoro abbastanza standard, un compitino svolto come si deve ma nulla di più.
Valentina Villa
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