Come giustamente è stato fatto notare da molti, Gigi Proietti – scomparso il 2 novembre, proprio nel giorno del suo 80° compleanno – aveva tutto per piacere a Hollywood (e qualche piccola partecipazione ci fu: la più interessante è in Un matrimonio di Robert Altman nel 1978, dove era il fratello di Vittorio Gassman): un viso interessante, un phisique du rôle perfetto, la capacità di esprimersi con gli accenti giusti, un’innata socievolezza. Con queste caratteristiche, sarebbe potuto diventare una star della commedia americana e internazionale. Ma, essendo romano fino al midollo, Proietti ha sempre conservato una certa riluttanza ad abbandonare l’Italia e la città dove è nato e cresciuto, anche per la diffidenza verso i meccanismi del grande cinema. Ha preferito fare come Alberto Sordi e Nino Manfredi, due colleghi che considerava maestri, e godersi il pubblico nazionale che ha sempre dimostrato per lui, sulla scena o sullo schermo, un affetto senza interruzioni.

Così il cinema italiano si è limitato a usarlo nelle vesti di caratterista di lusso, lasciandolo libero anche di scegliere da solo come declinare i suoi personaggi: da Mario Monicelli che lo volle in Brancaleone alle crociate (1970) a Luigi Magni in Tosca (1973), ma anche nelle vesti di personaggi seri in film di Elio Petri (La proprietà non è più un furto, 1973) o Alberto Lattuada (Le farò da padre, 1974). Mentre la sua carriera televisiva e teatrale continuava con successo, nel 1976 interpreta il personaggio di Bruno Fioretti, detto “Mandrake”, in un piccolo film di Steno, Febbre da cavallo, ambientato nel sottobosco degli scommettitori. Pensato come “spalla” di Enrico Montesano, al tempo molto più famoso, Proietti fa il botto e il film (diciamolo, certo non un capolavoro) diventa presto oggetto di culto, soprattutto nella Capitale, tanto da venir ritrasmesso di frequente in tv e generando anche un sequel (Febbre da cavalloLa mandrakata) nel 2002.

Proietti era di una simpatia innata e contagiosa, chi l’ha visto nei suoi spettacoli teatrali dal vivo o nelle riprese trasmesse in televisione rimaneva contagiato dalle capacità istrioniche di un attore che riempiva la scena ed era capace di ipnotizzare il pubblico anche solo con un gesto o uno sguardo (non per niente uno dei suoi spettacoli di maggior successo si intitolava A me gli occhi please).

A parte il suo ultimo, piccolo ruolo, ovvero Mangiafuoco nel Pinocchio di Matteo Garrone (2019), noi lo ricorderemo al cinema per due piccoli capolavori: il ruolo di Gigi in Casotto di Sergio Citti (1977) e nell’esilarante personaggio dell’attore smemorato nell’episodio dell’esibizione teatrale per “La signora delle Camelie” in Un’estate al mare di Carlo Vanzina (2008). Due esempi di come un grande attore possa dare la sua impronta a un intero film ed essere ricordato ancora per molti anni a venire.

Beppe Musicco

L’episodio con l’esibizione teatrale per “La signora delle Camelie” in Un’estate al mare di Carlo Vanzina (2008):