Buio in sala, e crollo al botteghino. Nei cinema, in queste settimane, si è giocata una partita a scacchi contro il tempo: con le sale aperte solo in mezza Italia, poi dove si poteva rimanere aperti con limitazioni per qualche giorno gli spettatori potevano ancora affluire muovendosi di lato, di fila in fila, saltando un posto. Le poltrone disponibili erano contrassegnate da un foglietto: posto occupabile – o “riservato”, per gli ospiti speciali, i VIP di un evento che era diventato un privilegio. Alle casse si chiedeva il biglietto per un film tanto coraggioso quanto capace, con il suo titolo, di descrivere la tentazione che era venuta lungo il tragitto dal salotto alla sala: Volevo nascondermi. Sotto il plaid, sotto le lenzuola, davanti al computer o al televisore, o magari con tutto spento, per chiudere gli occhi, aspettare la fine dell’ora buia e sognare il solleone dell’estate, capace di mangiarsi la minaccia del virus, invisibile e invivibile. Ma anche il privilegio delle poltroncine VIP ha avuto gioco breve: la scacchiera, ora, è sgomberata fino a nuovo ordine. La cifra del botteghino è andata a zero. Fine partita.

Rischiare di perdere tutto, proprio sul più bello, è sconfortante; lo è anche sapere che dopo il silenzio in sala si farà fatica a rimettere a posto i pezzi. Ma dentro alla crisi, il cinema è vivo e vegeto. Nei giorni di quarantena, di incertezza e di preoccupazione, sentiamo continuamente dire: «Sembra di stare in Contagion», «Sembra di stare in Virus letale». Si potrebbe aggiungere: «Sembra di stare in The Terminal», per chi di punto in bianco si trova sospeso tra la città dove lavora e la città dove ha casa.

Sembra di essere in un film. Che è la frase che diciamo quando qualcosa di grosso, di surreale ci capita. Ma forse vale anche quando ci capita qualcosa di nuovo e allo stesso tempo famigliare, qualcosa che riconosciamo a prima vista. Come un amico o una vecchia conoscenza: qualcuno che si è fatto un pezzetto di strada con noi, a un certo punto. E ce lo ritroviamo lì davanti, sulla strada: che sia Parasite, il profetico Oscar dell’anno, oppure un altro film che ora ci torna in mente perché è attuale; magari è il finale di Jojo Rabbit che inizia a danzarci in testa, dandoci un po’ di conforto. Ci portiamo dentro una scena o un pezzetto di storia da rivedere a memoria, anche a occhi chiusi. Diventa come la canzone che ci cantiamo quando attraversiamo una stanza buia. Ci fa compagnia. Nel momento in cui le scuole si organizzano a distanza, in video, si cercano proposte di film da far vedere ai bambini e ai ragazzi, per dare anima e corpo alle materie, alle tematiche storiche o letterarie, per raccontarle con un linguaggio vivo e comprensibile adesso.

Mai come ora che il cinema è fermo abbiamo avuto così fame di film che ci distraggano, che ci attraggano e ci facciano sognare. Fame di storie che ci facciano sentire meglio quello che davvero desideriamo: per mettere a volume alto, sul grande schermo, la voglia di vivere e di non lasciarci azzerare.

Roberta Breda