Paul Thomas Anderson con Una battaglia dopo l’altra (One Battle After Another) decide di inserirsi direttamente nel cuore del conflitto politico in corso negli Stati Uniti presentando come protagonisti i membri dei French 75, gruppo di attivisti rivoluzionari che si batte con gli strumenti del terrorismo e della lotta armata contro il sistema capitalistico del paese e le sue derive xenofobe e militarizzanti (ispirati ai reali Weathermen Underground, gruppo estremista rivoluzionario degli anni 70).
La pellicola, di cui Anderson è regista, sceneggiatore e co-produttore, mostra in modo molto chiaro la conformazione dei due schieramenti contrapposti. Da una parte, appunto, il gruppo di guerriglia anarchica: intrinsecamente interrazziale, portavoce di un femminismo militante, convinto che ormai la lotta al sistema sia possibile solo attraverso atti di violenza che risveglino la coscienza collettiva. Tra le fila di questa squadra troviamo Bob Ferguson (Leonardo Di Caprio), addetto agli esplosivi, e Perfidia (Teyana Taylor), membro carismatico e spregiudicato. Dall’altra, a incarnare i valori opposti, spicca la figura del colonnello Steven J. Lockjaw (Sean Penn), rappresentazione dei valori militari e conservatori, sempre più connotato, nel corso del film, da tratti di razzismo, misoginia e dall’uso della violenza repressiva come strumento del controllo sociale.
Il punto di svolta che apre il film a una dimensione maggiormente esistenziale, e che permette una vera e propria messa in discussione dei valori presentati, è la nascita di una figlia che finisce per sconvolgere gli equilibri tra Bob e Perfidia. Si apre così una seconda parte di film in cui l’ideale di libertà anarchica e incurante delle conseguenze portato avanti da Perfidia si trova a confliggere con il rinnovato senso di responsabilità che la nascita di Wilma (Chase Infiniti, al suo debutto sul grande schermo) genera in Bob. Sarà infatti il solo Bob a dover crescere la figlia e a doverla poi difendere anni dopo, con l’aiuto del maestro di karate Sensei Sergio St. Carlos (Benicio del Toro), dal ritorno minaccioso di Lockjaw.
Inutile dire che la ricercatezza tecnico-stilistica a cui Anderson ci ha abituati non viene disattesa neanche in questa pellicola. La fotografia, a cui lo stesso regista collabora insieme a Michael Bauman, restituisce grande profondità alternandosi tra toni più caldi e intensi e altri più freddi e distaccati. La sceneggiatura è incalzante e il ritmo la segue non facendo pesare le due ore e quaranta circa di durata per un film che, forse maggiormente che nelle opere precedenti di Anderson, si connota per lunghi tratti come un vero e proprio film action e che non si risparmia, quando necessario, una certa esplicitazione della violenza.
Emerge inoltre in modo chiaro come il film porti frequentemente a sovrapporre questa violenza a cui entrambe le parti ricorrono con una certa sensualità. Figura emblematica in questo processo tematico è proprio Perfidia, probabilmente la maggiore esponente degli ideali rivoluzionari dei French 75 e al contempo esplicitamente caratterizzata dalla sua furente seduttività. In più punti della pellicola sembra proprio che le due componenti, il ricorso alla violenza e l’emergere del connotato sessuale della donna, si trovino in stretta relazione dialettica. Sovrapposizione per un certo verso ostentata da Perfidia stessa come parte integrante del suo messaggio di liberalizzazione armata femminista; emblematica, ad esempio, l’insistenza con cui richiede a Bob di fare l’amore presso il luogo in cui hanno appena posizionato un ordigno esplosivo, quasi a voler assimilare le due cariche passionali. Dall’altro lato, tuttavia, questo carattere è alimentato anche e paradossalmente da Lockjaw, strenuo oppositore del meticciato tra razze e tuttavia quasi ossessionato dalla sua attrazione verso le donne di colore.
La visione di Una battaglia dopo l’altra è sicuramente molto intensa e arriva senza remore a contrapporre due posizioni estreme: inclusività radicale, sul tema immigrazione come sul fronte femminismo, lotta al capitalismo, uso del terrorismo come strumento di lotta sociale, da una parte; difesa dell’ordine sociale e del potere costituito, repressione militare, fino a sfociare esplicitamente in temi di purezza razziale e suprematismo bianco, dall’altra. A stare in bilico in questo confronto politico, quasi come ago involontario della bilancia, la vita di Wilma che, coinvolta nel profondo con tutta questa realtà, sembra emergere come vittima, forse, di entrambe le antitetiche visioni del mondo.
Tommaso Kadolph
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