Nei panni di Bruce Springsteen, Jeremy Allen White (già protagonista di Fremont e della serie The Bear) è un’anima dolorosamente sensibile, di fronte a un bivio epocale. Arriva da un tour di grande successo per il suo quinto album in studio, The River del 1980, e il dirigente della Columbia Records Al Teller (David Krumholtz), per il quale il buon amico e manager di Bruce, Jon Landau (Jeremy Strong), funge da cuscinetto e intermediario, vuole un seguito veloce e redditizio. Ma il figlio prediletto del New Jersey, essendo un artista venuto dalla classe operaia e per niente angosciato dal successo, si prende tutto il tempo necessario per fare musica. Ed è così che la lettura dei racconti di Flannery O’Connor, insieme all’occasione di guardare in TV a tarda notte La rabbia giovane di Terrence Malick, pianta il seme per il suo album acustico “Nebraska”. Ma mentre mette nero su bianco, i problemi irrisolti dell’infanzia di Springsteen con Dutch, il padre spesso ubriaco (Stephen Graham), si ripresentano. Si potrebbe dire che Bruce debba fare i conti con tutti questi ricordi repressi, anche se è più come un lento trascinarsi verso rivelazioni dolorose. Ci sono molti aneddoti di vita reale che Scott Cooper, che ha anche scritto la sceneggiatura del film, trae dal libro di Warren Zane del 2023 Liberami dal nulla: Bruce Springsteen e Nebraska, ma sono filtrati attraverso i momenti da classico film biografico: anche scene dai toni comici del tipo con Paul Walter Hauser nei panni di Mike Batlan, membro della crew di Springsteen, che acquista il registratore a 4 tracce su cui il cantautore registra “Nebraska”. Nei panni di Landau, Strong si trova all’estremo opposto: quando Springsteen e la band della E-Street registrano “Born in the USA”, anch’essa frutto delle sessioni di “Nebraska” del cantautore, le reazioni di Strong sono solennemente stupite (il merito, però, va a White, che canta lui stesso sullo schermo, catturando in modo sorprendente le vocalizzazioni roche di Springsteen.)

I film biografici tendono spesso ad appiattire l’impulso creativo e trasformare qualsiasi colpo di genio che ne derivi in ​​qualcosa di facilmente digeribile per il grande pubblico. E tutti coloro che sono nell’orbita di Springsteen sono stupiti dalla sua arte e fin troppo pronti ad assecondare i suoi – a volte bizzarri – desideri, il che però non rovina una narrazione comunque interessante. I personaggi delineati con una certa complessità sono maltrattati, come Faye (Odessa Young), l’interesse amoroso composito che qui funge da musa e agnello sacrificale di Springsteen, regalandogli uno scorcio di vita più stabile (oltre al medaglione di San Cristoforo che porta al collo) mentre allo stesso tempo sopporta ingiustamente il peso del suo tormento da maschio decisamente non-Alfa. Nonostante questa tristezza – che White incarna in una serie di case isolate nella foresta, ristoranti fatiscenti e monumenti di Asbury Park – il dramma di Liberami dal Nulla è decisamente pertinente alla vera personalità del Boss. Non c’è dubbio che questo talento irripetibile abbia sofferto, anche se in pubblico la sua genialità onnicomprensiva supera qualsiasi sofferenza personale. È un uomo purosangue che senti di sostenere e che vorresti sempre vedere trionfare, per non parlare del grande passo che Springsteen compie finalmente alla fine del film, quello di andare in terapia. Il tributo di Scott Cooper alla sua crescita personale non passerà alla storia, ma è sicuramente convinto e sincero.

Beppe Musicco

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