Donya è una ragazza afghana che vive nella cittadina californiana di Fremont; è una ex traduttrice e interprete per conto dell’esercito americano in Afghanistan ora impiegata in una fabbrica cinese di biscotti della felicità. Vive sola, in un condominio di suoi connazionali e passa le serate in un ristorante a guardare una soap opera. Soffre di insonnia e decide di andare da uno psichiatra a chiedere farmaci per dormire. La sua vita monotona cambia quando le viene affidato il compito di scrivere i biglietti dei biscotti che le darà la possibilità di fare nuovi incontri…

Diretto dal regista iraniano Babak Jalali, Fremont è un piccolo film minimalista sulla solitudine, lo straniamento di chi è costretto a vivere in un altro Paese e il bisogno di nuovi legami. Danya, una brava e convincente Analita Wali Zada (lei stessa una rifugiata), rappresenta tutto questo, insieme anche al senso di colpa per essere negli Usa mentre la sua famiglia è rimasta in Afghanistan. Danya è alla ricerca di qualcosa di diverso nella sua vita, che vada oltre la quotidianità e anche alla sua comunità di connazionali con cui non si trova benissimo; è una persona chiusa e sorride poco. Un aiuto glielo dà l’emotivo psichiatra Anthony (bravo anche Gregg Turkington) che, attraverso la lettura del romanzo di Zanna bianca la porta a riflettere sulla sua condizione. Fondamentale è però l’incontro con il loquace ma solitario meccanico Daniel (Jeremy Allen White, lanciatissimo con la serie The Bear), con cui fin da subito si nota una certa sintonia.

Fremont, girato in un elegante ma un po’ freddo bianco e nero che ormai è una moda, non si fa notare certo per il ritmo e per il dinamismo delle scene ma riesce ad affascinare lo spettatore che abbia la pazienza di entrare nella storia e ad empatizzare con i silenzi, gli sguardi e il desiderio di cambiare vita di Danya. Girato quasi esclusivamente in ambienti chiusi, Fremont è anche un piccolo spaccato degli Stati Uniti multietnici.

Stefano Radice

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