Melbourne (Australia), anni 90. Shayda è una madre iraniana che si rifugia, con la figlia Mona di 6 anni, in una casa famiglia per sfuggire alle violenze e prepotenze del marito Hossein e per chiedere il divorzio. La donna vorrebbe per sé e per la figlia un futuro diverso, senza paure, ma quando il padre di Mona ottiene il permesso di vedere la figlia, rientrando così nelle loro vite, per entrambe tutto diventa sempre più complicato…

Esordio nel lungometraggio di finzione per la regista iraniana-australiana Noora Niasari che con Shayda – In fuga dall’Iran, che vede tra i coproduttori anche Cate Blanchett, ha voluto raccontare una vicenda in parte autobiografica. Attraverso il personaggio di Mona (Sedina Zhaednia), infatti, la regista racconta parte della sua infanzia dato che effettivamente, all’età di cinque anni, era stata con la madre in una casa famiglia. Come ha raccontato la stessa Niasari, Shayda è un film omaggio al coraggio di tutte le donne che hanno provato a ritagliarsi un futuro diverso da quello cui la tradizione e il patriarcato iraniano le avrebbero destinate. Per dare volto alla figura di Shayda, la regista si è affidata alla bravissima Zar Amir Ebrahimi (che ha codiretto e interpretato Tatami).

Ebrahimi rappresenta molto bene i diversi stati d’animo di Shayda che passa dal disorientamento e dal timore delle scene iniziali quando arriva nella casa famiglia, al sollievo e alla speranza di una vita diversa e di un possibile nuovo amore all’orizzonte, fino alla paura per il ritorno del marito Hossein (un altrettanto bravo Osamah Sami). Molto efficace anche l’interpretazione della piccola Sedina Zhaednia, che con i suoi sguardi dice molto più di tante parole.

Il film è caratterizzato da un climax che coinvolge sempre più lo spettatore e fa percepire molto bene la pressione che subisce Shayda, non solo per la presenza minacciosa di Hossein ma anche per il disappunto della madre che trova disdicevole il divorzio e anche per gli sguardi di disappunto di una parte della comunità iraniana presente in Australia. I momenti distensivi, ad esempio le feste e i festeggiamenti cui Shayda e Mona partecipano, non sono mai vissuti appieno perché si percepisce sempre una minaccia incombente.

Il limite del film di Noora Niasari, che ha come modello Una separazione di Asghar Farhadi, è che l’intreccio e lo svolgimento della trama rimandano ad altri film già visti sul tema, ma questo non fa perdere forza al film che lancia anche un monito che va oltre la società iraniana.

Stefano Radice

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