Inizia in modo molto delicato Love me tender, secondo lungometraggio della giovane regista francese Anna Cazenave Cambet, tratto dall’omonimo romanzo della scrittrice Constance Debré. Inizia infatti introducendo il rapporto solare e corrisposto tra Clemence (Vicky Krieps), il suo ex marito Laurent (Antoine Reinartz) e il loro unico figlio Paul (Viggo Ferreira-Redier).
Un momento in particolare, però, segna l’incrinarsi di questo rapporto, un momento vissuto con normalità, quasi senza accorgersene, eppure, a posteriori, il momento critico dell’intero film. Clemence, infatti, decide, durante una cena, di rivelare al marito il suo intento di rinunciare alla carriera forense per seguire il suo sogno di scrittrice e, soprattutto, il fatto che ha iniziato a frequentare sentimentalmente e carnalmente delle donne. Da qui in poi inizierà la sua odissea per riottenere la possibilità di accudire il figlio, possibilità che Laurent sembra, inspiegabilmente, fare di tutto per impedire.
I temi che Cambet decide di trattare in questo film non sono certo leggeri né semplici da gestire. La regista riesce però a farlo con una delicatezza del tutto particolare, sostenuta da una sceneggiatura, scritta sempre da lei, acuta, non superficiale, che non si accontenta degli stereotipi ma guarda con lucidità a un fenomeno incredibilmente complesso. A questo risultato contribuisce sicuramente la performance di Krieps, molto espressiva senza mai essere sopra le righe. Il suo volto riesce sempre a non appiattirsi sull’emozione immediata del suo personaggio ma, al contrario, a restituire il conflitto emotivo che sta provando, contesa tra lo scoramento della situazione e la tenacia di non voler rinunciare alle proprie posizioni.
Alla pellicola si può forse imputare una lunghezza che pare eccessiva, specie nella seconda parte. Il meccanismo narrativo a un certo punto sembra infatti ripetersi, incentrato sull’alternanza tra le varie relazioni che Clemence intrattiene con le sue amanti, occasionali o meno, e le sequenze che ruotano attorno alla vicenda giudiziaria, dai litigi col marito ai rari momenti in cui le è concesso rivedere il figlio.
Una nota, in ultimo, sul finale. L’ultima sequenza, infatti, se da una parte ha lo scopo di rasserenare la vicenda, seppur in modo inaspettato, ha però anche l’effetto, chissà quanto voluto, di lasciare lo spettatore confuso su quale sia l’effettivo messaggio che il film intende lasciare. Un certo sapore amarognolo rimane ma insieme a esso anche il grande pregio di non voler risolvere fino in fondo la questione e di obbligare, cosa quanto mai preziosa, a riprendere in mano il tema e a interrogarsi veramente su di esso, a riflettere e confrontarsi con tutte le sue contraddizioni.
Tommaso Kadolph
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