Cile, 11 settembre 1973. Nel giorno del colpo di Stato guidato dal generale Augusto Pinochet contro il governo del presidente Salvador Allende, il capitano dell’Accademia Aereonautica Jorge Silva riceve l’ordine di trasformare un hangar in un centro di detenzione, dove saranno deportati e torturati tanti giovani, comunisti e non, che si opponevano al nuovo regime. Silva è un militare fedele all’arma ma, nel 1970, aveva sventato un attentato allo stesso Allende e da allora la sua carriera si è fermata. Con il colpo di Stato viene messa a prova la sua lealtà al regime e, dai nuovi vertici militari, gli viene chiesto di collaborare agli interrogatori e di compiere un gesto che mette a dura prova la sua coscienza morale…

L’hangar rosso segna l’esordio alla regia del regista Juan Pablo Sallato ed è tratto dal libro autobiografico Disparen a la Bandada di Fernando Villagrán. Nell’arco di 24 ore, il film racconta il primo giorno del colpo di Stato ma lo fa da un punto di vista originale, quello del capitano Jorge Silva, realmente esistito e perseguitato dal regime per non essersi allineato al clima di violenze e per aver, in passato, salvato il presidente Allende. L’hangar rosso è un film politico ma si può definire anche un thriller dal ritmo serrato. La macchina da presa segue con insistenza Silva nei suoi movimenti e i primi piani sul protagonista, impersonato da Nicolas Zarate (bravissimo) ne lasciano trasparire i dubbi, la contrarietà e il rifiuto per  il nuovo corso militare. Ma Silva è un militare; obbedisce agli ordini e rifiuta di mettersi in salvo, malgrado abbia la possibilità di farlo.

Sallato sceglie un efficace bianco e nero che restituisce benissimo il clima plumbeo di quelle giornate anche se il “rosso” del titolo rimanda al colore politico dei detenuti e al sangue versato nelle torture. Lo spettatore è coinvolto fin dalla prima scena e si identifica con Silva e con la sua dirittura morale che lo porta a opporsi, a modo suo (no spoiler) a un ordine. La ricchezza de L’hangar rosso è anche i due momenti “privati” di Silva, che ne definiscono lo spessore umano. Il primo è l’intenso rapporto con la moglie Rosa, insegnante di storia – anche lei sospettata dal regime –  il secondo è il legame che instaura con il giovane sergente Hernandez (Aron Hernandez) che in poche ore passa dall’entusiasmo per essere in Accademia con il sogno di diventare paracadutista alla drammaticità della violenza militare.

In giorni in cui domina il dibattito sul bellissimo kolossal Odissea di Christopher Nolan, il cinema ci dimostra come anche una “piccola” storia, realizzata con pochi mezzi e a basso budget – ma ben girata, sentita e raccontata – possa colpire al cuore e scuoterci facilmente. E’ la forza e la bellezza del Cinema.

Stefano Radice

Clicca qui per rimanere aggiornato sulle nuove uscite al cinema

Clicca qui per iscriverti alla newsletter di Sentieri del cinema

Clicca qui per iscriverti al nostro canale Youtube