Il treno dei bambini inizia nel 1994. Il direttore d’orchestra Amerigo, prima di un concerto, riceve la notizia della morte della madre. Subito la sua memoria torna al 1994 e poi al 1946, nella Napoli distrutta dalla guerra. Amerigo vive nella miseria dei quartieri spagnoli con la madre Antonietta che, per disperazione, affida il figlio ai “treni della felicità” che, su spinta delle donne del partito comunista, portavano temporaneamente i bambini e le bambine poveri della città, in Emilia Romagna, dove rimanevano alcuni mesi ospiti di famiglie locali. Di Amerigo si prende cura Derna, una giovane sindacalista senza dimestichezza con i bambini. Per Amerigo la vita cambia per sempre, così come per Antonetta e Derna.
Su Netflix è disponibile il nuovo film di Cristina Comencini che, per il piccolo schermo, ha realizzato la trasposizione del romanzo Il treno dei bambini di Viola Ardone che ha raccontato una pagina poco conosciuta della storia italiana. Una pagina di disperazione ma anche di grande umanità e accoglienza. Per venire incontro alle famiglie più povere e in difficoltà dopo la Seconda Guerra Mondiale (non solo a Napoli), l’Unione Donne Italiane – affiancate dalle donne del Partito Comunista – organizzavano i cosiddetti “treni della felicità” che portavano al Nord i figli e le figlie delle famiglie che ne facevano richiesta, che venivano così ospitati da famiglie che li accoglievano per l’inverno, per poi rimandarli a casa.
Su questo sottofondo storico, Cristina Comencini inserisce la vicenda di Amerigo (Christian Cervone da bambino, bravissimo, Stefano Accorsi da adulto), scugnizzo di Napoli, dallo sguardo furbo, sveglio e intelligente, che nella campagna modenese scopre il talento per la musica. La sua vicenda è un classico racconto di crescita e formazione, di scoperta di nuove possibilità ma è anche il pretesto per raccontare – in modo leggero, senza calcare troppo i toni melodrammatici – i traumi di questi bambini e bambine, prima lontani dalle loro famiglie, poi divisi affettivamente tra l’amore delle madri biologiche e quello delle madri affidatarie. Cristina Comenicini ha un bello sguardo sui bambini e li dirige bene, affidando le parti degli adulti, oltreché ad Accorsi, che si vede in un paio di scene, alle brave Barbara Ronchi (Derna), molto a suo agio con il dialetto modenese, e Serena Rossi (Antonietta), la cui recitazione, trucco e impostazione fa venire in mente allo spettatore Sophia Loren.
Il treno dei bambini è un film godibile, sicuramente interessante; una sorta di favola abbellita dalle musiche di Nicola Piovani che affonda le sue radici nell’Italia del secondo dopoguerra che provava a ripartire anche grazie alla generosità delle persone comuni. A nostro avviso il film avrebbe avuto una sua dignità anche in sala, come dimostrato recentemente da Claudio Bisio con il suo L’ultima volta che siamo stati bambini.
Stefano Radice
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