Ambientato ad Algeri nel 1575, il film narra un periodo della vita di Miguel de Cervantes, l’autore del “Don Chisciotte” di cui si conoscono alcuni avvenimenti ma non i dettagli. I fatti noti sono che Cervantes si arruolò, fu ferito al braccio sinistro, catturato dai turchi dopo una battaglia navale, venduto come schiavo e tentò più volte la fuga durante i suoi cinque anni di prigionia. Il regista Alejandro Amenábar, che ha anche scritto la sceneggiatura, colma queste lacune mostrando Cervantes (Julio Peña) intento a intrattenere i suoi compagni di schiavitù con i suoi racconti, attirando così l’attenzione del suo carceriere Hasan (un veneziano convertito), ora Bey di Algeri (Alessandro Borghi), che governa la città per conto del Sultano di Costantinopoli. Hasan, dopo aver ascoltato ogni sera le sue storie, alla maniera di Sheherazade, inizia a trattarlo con maggiore riguardo, e tra i due si sviluppa una tensione psicologica e sessuale.
Questo scenario ipotetico offre ad Amenábar l’opportunità di mostrare la sua visione sul desiderio, la repressione e l’identità nel mondo ottomano del tempo, in un’epoca in cui la società islamica aveva un atteggiamento ambivalente nei confronti dell’omosessualità, condannata ufficialmente ma tollerata, specie tra i potenti. Vi sono anche tentativi di collegare questi temi al presente, in particolare nella sottotrama di un personaggio sconvolto dallo lo stile di vita del figlio. Il film drammatizza quindi un capitolo in parte noto della vita del futuro autore del Don Chisciotte, presentandosi con un aspetto e un’atmosfera grandiosi, quasi da epopea storica. Eppure, nonostante i costumi sontuosi, la colonna sonora di grande respiro e le scenografie imponenti, il coinvolgimento emotivo rimane distante e, data anche la sua lunghezza di quasi due ore e venti minuti, alla fine risulta noioso. La passione e l’attrazione tra i due protagonisti non risultano mai veramente convincenti. I tentativi di fuga e altri momenti che avrebbero dovuto essere emozionanti sono trattati in tono minore o enfatico, impedendo al film di coinvolgere appieno lo spettatore. Alcune figure sono stereotipate e prevedibili (il prigioniero che si converte all’Islam e che poi tradisce, il monaco – ovviamente odioso – spia del Sant’Uffizio).
Il punto di forza del film risiede nella ricostruzione dell’epoca e nel modo in cui collega le difficoltà di Cervantes all’ispirazione per la sua successiva opera letteraria. L’approccio di Amenábar, che riconduce il “Don Chisciotte” alle esperienze reali di Cervantes, crea parallelismi spesso più avvincenti del dramma centrale, al punto che le storie inventate dal prigioniero per ottenere il favore del suo carceriere diventano i momenti più interessanti del film.
Beppe Musicco
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