È risaputa la simpatia che Steven Spielberg nutre da sempre per gli alieni, diventati un motivo ricorrente in una sorta di canone tutto americano che ha saputo coniugare una tecnica cinematografica sempre all’avanguardia, con un’analisi profonda e personale della sintonia e dell’alterità, al di là di ogni tipo di confine, terrestre o galattico che sia.
Già in E.T. L’Extraterrestre e Incontri ravvicinati del terzo tipo, l’arrivo di alieni benevoli era contrapposto alla paura della Guerra Fredda e alle catastrofiche e dolorose fratture della famiglia tradizionale americana, riflettendo le gioie ma anche i timori della vita personale del giovane Spielberg, che in seguito ha riportato anche direttamente in The Fabelmans. Forse considerando le tensioni nella propria famiglia, il regista ha guardato con speranza ad alieni quasi messianici, che vede capaci di guarire famiglie, pacificare nazioni e un mondo in frantumi, conferendo (grazie anche al decisivo contributo musicale di John Williams) al cinema di fantascienza una profondità emotiva e una intensità straordinarie. La visione di Spielberg sugli extraterrestri sembra non essere cambiata dagli anni 70 a oggi, tranne per il fatto che non li considera più una metafora: il regista settantanovenne è certo che gli extraterrestri siano reali, che il “deep state” americano li stia nascondendo e forse abusando di loro, e che annunciare la loro esistenza al telegiornale della sera non sarebbe solo un elemento surreale nel vortice mediatico degli anni presenti, ma un evento unico in grado di unire e trasformare istantaneamente la coscienza umana così come la conosciamo. Dopo aver “esorcizzato” i suoi demoni personali in The Fabelmans, ciò che spicca nel nuovo film di Spielberg è però l’assenza di un nucleo familiare che ancori le cospirazioni e gli alieni alla realtà, rendendo Disclosure Day un esercizio distaccato, a volte sconclusionato, a volte predicatorio, che ultimamente non si capisce dove voglia andare a parare.
Del resto la campagna di marketing di Disclosure Day ha puntato sulla massima segretezza, anticipando solo immagini frammentarie e giusto il nome dei membri del cast, perché anche il film è strutturato attorno all’occultamento delle informazioni. Iniziando ex abrupto con una sequenza di inseguimento in corso, Disclosure Day ci accoglie con immagini decontestualizzate e modelli rielaborati da precedenti film di Spielberg, prima di svelarci gradualmente i come e i perché, attraverso un’esposizione di cui però sembra non arrivare mai la fine. I personaggi: Daniel Kellner (Josh O’Connor) è un idealista ribelle dagli occhi dolci, una specie di Snowden che ha rubato un tesoro di dati e un misterioso cristallo alieno (un perfetto McGuffin) ai suoi ex datori di lavoro, con l’intento di rivelare al mondo la presenza aliena. Hugo Wakefield, interpretato da Colman Domingo, è il referente clandestino di Daniel, una figura autoritaria ma dalla parte dei buoni e dalla voce suadente. Jane Blakenship (Eve Hewson) è la fidanzata di Daniel, che lotta con la fede e i dubbi sul suo compagno e sul cattolicesimo (è un’ex novizia di un convento di suore) abbandonato di fronte alla prospettiva aliena. Noah Scanlon (Colin Firth) è l’inseguitore di Daniel, il capo di un’azienda privata di appalti per la difesa ed è profondamente coinvolto nel business delle cospirazioni aliene e, cosa più importante, sappiamo che è il cattivo perché che si sposta con una carovana di auto nere, parla lentamente (in originale anche con l’accento inglese) e ha sempre un ghigno sardonico e un’espressione accigliata e sudata. Scanlon vuole tenere segreta la verità sugli extraterrestri perché non crede che l’umanità sia pronta, ma vuole anche monopolizzare la tecnologia aliena per sé, mentre Daniel vuole renderla pubblica ai media, perché, come tende a precisare, “la verità appartiene a otto miliardi di persone”.
L’altra trama principale, che inizialmente sembra scollegata dalla caccia al cristallo (e il collegamento non è mai del tutto convincente nemmeno dopo che i legami si stringono) segue Margaret Fairchild (Emily Blunt), una svampita ma simpatica meteorologa di Kansas City con un fidanzato rimbambito (Wyatt Russell). Un giorno, Margaret inizia a manifestare uno strano comportamento dopo aver fissato negli occhi un uccellino. Mentre le notizie di un potenziale conflitto di proporzioni simili alla Terza Guerra Mondiale si susseguono con ansia nella sua emittente locale, Margaret improvvisamente inizia a parlare in lingue sconosciute, rivelando informazioni riservate su persone e politica che non potrebbe assolutamente conoscere, e alla fine crolla in diretta. Impulsi inspiegabili prendono il sopravvento su di lei e ne controllano le azioni, mettendola in rotta di collisione con il fuggitivo Daniel. Intanto forze invisibili hanno il potere di assumere forme animali e di impossessarsi di corpi umani come fossero marionette, conferendo loro una conoscenza onnisciente del mondo e un’empatia assoluta con le menti altrui, inducendoli a dire e fare esattamente le cose giuste al momento e nel luogo giusto per portare avanti un grande disegno narrativo che viene rivelato allo spettatore solo gradualmente.
Il problema è che la trama che sostiene tutte le idee di Disclosure Day è contorta e schematica, e in alcuni momenti addirittura fuori luogo. Come pezzi di un puzzle, i personaggi vengono infine messi al loro posto e relazionati fra di loro, ma solo attraverso dialoghi diretti che ne svelano motivazioni, retroscena e sviluppo, mentre la trama continua a snodarsi in modo sconcertante attraverso un tipico flusso di immagini alla Spielberg: un inseguimento in auto da brivido (con una scintillane Alfa Romeo), uno spazio futuristico industriale, una casa suburbana dal cupo aspetto. Si mette in scena anche un approccio alla parapsicologia, con Margaret capace di disarmare all’istante gli intrusi e di accedere a spazi riservati pronunciando banali frasi che apparentemente risolvono i traumi più importanti della vita di una persona. I personaggi reagiscono alle sempre nuove rivelazioni esclusivamente in modo da far progredire la trama, a prescindere dal fatto che tali reazioni abbiano o meno un senso logico.
Dopo un finale sempre più al limite della credibilità, il punto di arrivo di questo ottovolante di emozioni appare come una troppo facile via di fuga. In questo momento precario per il mondo, Spielberg crede veramente che gli alieni possano salvarci da noi stessi? A quanto pare il regista non ha dubbi. Resta il fatto che Spielberg è un grande mago del cinema e che grandi maghi come lui sanno sempre come tenere il pubblico incollato allo schermo mentre eseguono i loro trucchi (anche quelli meno riusciti).
Beppe Musicco
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