Un treno della morte sferza sulle rotaie in direzione del campo di concentramento di Auschwitz mentre tutto intorno una bufera di neve ricopre ogni cosa di un denso manto bianco. Improvvisamente da una delle finestre del treno viene lanciato un piccolo fagotto, contiene una neonata ebrea che il padre, con una scelta tragica, ha preferito affidare alla neve pur di darle una chance di sopravvivere.
Si mostra fin da subito impegnativa la storia che intende narrare Il dono più prezioso, l’ultimo film di Michel Hazanavicius (Oscar e Palma d’oro per The Artist, 2011). Il regista francese, autore anche della sceneggiatura, si basa qui sul libro per ragazzi di Jean-Claude Grumberg per narrare una vicenda ambientata in uno dei periodi più delicati del secolo scorso. Per farlo sceglie la strada dell’animazione e l’atmosfera della fiaba ma questo non gli impedisce affatto, soprattutto nella seconda metà, di restituire tutto il dramma e la pesantezza emotiva che un soggetto come questo inevitabilmente si porta dietro. Uno dei punti di forza della pellicola risiede senza dubbio proprio nella tecnica animata. In numerosi punti il film ci regala infatti fondali mozzafiato dei boschi e delle colline innevati della Polonia, così sterminati da ridurre le figure umane a punti neri che si muovono, dei cieli notturni illuminati dalla luna o dalle piccole fiaccole dei contadini e della natura che si risveglia in primavera. Un po’ diverso il discorso relativo all’estetica dei personaggi, quasi cartonati e dai movimenti non sempre fluidi.
La storia, narrata nell’originale da Jean-Louis Trintignant nel suo ultimo ruolo prima della scomparsa, ruota attorno a una coppia di boscaioli, chiamati semplicemente “il povero boscaiolo” e “la povera boscaiola”, una voluta impersonalità che estende la loro vicenda personale fino a un piano più generale che vorrebbe, forse, coinvolgere anche lo spettatore stesso. È la contadina, infatti, a trovare, spersa nella neve, la bambina del treno e ad accudirla insieme al marito. Il “povero boscaiolo”, il personaggio forse più interessante dell’intera pellicola, è un omone un po’ scontroso e di poche parole ma, si scoprirà nel corso della vicenda, dal cuore grande almeno quanto le sue mani da taglialegna. Lui sarà chiamato a un lento e difficile processo di conversione per accettare la bambina ebrea in casa sua in un clima sociale di esplicito e radicato antisemitismo. “I senza cuore”, così vengono nominati gli ebrei, accusati a più riprese di essere gli assassini di Cristo e ritenuti, nell’ignoranza ingenua del folklore popolare di cui è intriso il film, di essere privi di qualunque sentimento, appunto di non avere un cuore. Così una delle sequenze più toccanti è proprio quando l’uomo si porta il petto della piccola bambina all’orecchio e scopre che anche in lei un piccolo cuoricino sta battendo.
La seconda metà di film, calata in modo più diretto nell’orrore del campo di sterminio, si lascia in parte alle spalle la dolcezza fiabesca precedente permettendosi di incupire i toni e di strozzare il respiro in gola dello spettatore. Lacerante, ad esempio, una lunga sequenza di volti deformati dalla disperazione che si accostano e scorrono su uno sfondo nero.
Il dono più prezioso è capace di incantare con i suoi disegni, di commuovere con la sua umanità e di paralizzare con la sua crudezza. Hazanavicius, nella sua veste forse inedita di cantastorie del passato e del presente, regala un’opera lirica e drammatica, forse non perfetta nell’andamento ma sincera nella forma e nel contenuto.
Tommaso Kadolph
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