Sono trascorsi vent’anni da quando Andy Sachs lanciava il telefono in una fontana di Parigi, chiudendo uno dei capitoli più iconici della commedia americana degli anni Duemila. Oggi, Il Diavolo veste Prada 2 ci riporta nel cuore di New York e riapre gli uffici di Runway per mostrarci come siano cambiati (e come siano rimasti gli stessi) i volti di un cult intramontabile.

In questa nuova epoca Miranda Priestly tenta faticosamente di difendere il proprio impero, ormai insidiato dall’avanzata dei nuovi media e dalla velocità spietata del fast fashion. È per scongiurarne il declino che Andrea varca nuovamente la soglia di Runway, ma la salvezza della testata finirà per dipendere da un’improbabile alleanza: quella con Emily Charlton, oggi a capo di un colosso del lusso. Il trio si riunisce così in una gerarchia inedita: Emily detiene il potere economico, Miranda il prestigio e Andy, forse, la bussola morale per navigare in un’industria che non fa più sconti a nessuno.

Il punto di forza più evidente è, inutile negarlo, il cast. Il ritorno di Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci nei rispettivi ruoli è già di per sé uno spettacolo. Streep smentisce categoricamente gli scettici che temevano fosse ormai fuori tempo massimo: la sua interpretazione è invece magnetica, capace di dominare la scena e far pesare ogni singolo silenzio. Al suo fianco, Hathaway ci restituisce una Andy maturata ma fedele a sé stessa, conservando perfettamente quel mix di scaltrezza e umanità che tanto ci aveva fatti affezionare. Blunt e Tucci completano il quartetto la cui chimica, affinata dal tempo, regala i momenti più riusciti e brillanti della pellicola. Stimabile è la pertinenza dei temi scelti. La storia non ruota attorno alla sola sopravvivenza di Runway, ma scava anche nello smarrimento di Miranda, una donna che ha fatto della propria immagine un culto e che ora, davanti al declino del suo impero, è costretta a capire di aver fatto il suo tempo.

Il parallelo tra la crisi del giornalismo tradizionale e la crisi identitaria di Miranda è il cuore più interessante del film, e dice qualcosa di vero sul nostro presente. Eppure, ahimè qualcosa non torna. Il problema principale è strutturale: Il Diavolo Veste Prada era un film completo, con un arco narrativo perfettamente risolto. Questo seguito ha la sensazione di un’operazione nostalgia più che di una necessità narrativa. Non c’era davvero altro da raccontare, e si percepisce. Il confronto con l’originale, poi, è un peso che il film non riesce mai a scrollarsi di dosso. La pressione di essere all’altezza del primo capitolo si trasforma in un’ombra che aleggia su ogni scena, rendendo ogni momento di genuina riuscita subito oscurato dal ricordo di quanto il primo avesse funzionato meglio.

L’amarezza più grande riguarda però l’evoluzione dei rapporti umani. Ci si aspettava di ritrovare Andy, Miranda, Nigel ed Emily profondamente trasformati da vent’anni di vita; invece, nonostante i nuovi traguardi professionali, la sensazione è che le dinamiche interpersonali siano rimaste cristallizzate al punto di partenza. Il tempo sembra aver plasmato le acconciature e i guardaroba, ma non la sostanza dei legami, che appaiono prigionieri dei vecchi schemi. Un’occasione mancata, e francamente un po’ triste, perché erano personaggi che meritavano di crescere davvero. Nonostante alcune noti dolenti, il film riesce comunque a farsi perdonare grazie a un tono brillantissimo, sostenuto da quei dialoghi taglienti che hanno reso il primo capitolo un oggetto di culto.

Insomma Il Diavolo veste Prada 2 è un film che si lascia vedere con piacere, a cui sorridiamo con immenso affetto. È esattamente quello che sembra: un ritorno gradito ma non necessario, confezionato con estrema cura e professionalità, che però non trova mai il coraggio di spingersi oltre la zona di comfort della nostalgia.

Greta Moschen

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