Si inizia con il 1982, durante uno scontro tra manifestanti e polizia in cui si trovano in mezzo tre ragazzi di 16 anni che a Roma diventano amici e hanno voglia di conquistare il mondo. Anche rimanendo a un passo da casa propria, ma con l’esuberanza e l’ingenuità di quell’età; e intanto una quarta coetanea, Gemma, entra nel loro orizzonte attraverso la storia d’amore con Paolo. E si arriva ai giorni nostri con gli “eroi” invecchiati, un po’ malinconici e ammaccati ma tutto sommato lieti. In mezzo c’è di tutto: la Storia (tra crollo del muro di Berlino, Mani Pulite, Berlusconi, l’attentato alle Torri Gemelle, fino alla vittoria elettorale di un Movimento che non è citato ma si riconosce benissimo) e le loro vite, tra amori, delusioni, figli e rotture. Ma anche ritrovamenti. Sempre alla ricerca delle «cose che ci fanno stare bene».

Gabriele Muccino, sui titoli di coda, fa presente il suo debito – e la sua correttezza anche “economica”, avendone comprato i diritti – con C’eravamo tanto amati, capolavoro anni 70 della commedia italiana, diretto da Ettore Scola. In quel film Vittorio Gassman, Nino Manfredi e Stefano Satta Flores erano tre partigiani che diventavano amici durante la Resistenza, salvo perdersi e ritrovarsi più volte negli anni dopo, mentre Stefania Sandrelli diventava a turno al centro delle loro attenzioni. Qui lo schema è simile ma “spostato” temporalmente in avanti, nei decenni della sua formazione fino ad arrivare al presente. Ed è giusto così: tutto è cambiato, a cominciare dai tempi. E dal cinema. Muccino ripropone il suo, tanto tecnicamente ben fatto (alla regia sa il fatto suo, ed è per questo che è riuscito anche a lavorare per quattro film a Hollywood: il migliore è La ricerca della felicità con Will Smith) quanto sovreccitato, epidermico, anche un po’ banale. Se gli spunti – dall’amicizia al matrimonio, dalle speranze giovanili alle delusioni dell’età matura, dai rapporti con le donne a quelli con i figli – potenzialmente non mancano, anzi (ci vorrebbero più film per gestirli tutti), l’impressione è di un “centone” più che di un affresco, pur ambizioso (e sicuramente con echi autobiografici), in cui si accumulano gli episodi ma non ci si ferma mai su nulla. Perché l’obiettivo sembra più stupire ed “esaltare” (nelle emozioni e nella commozione) che raccontare.

Così si corre e si urla, come sempre nei suoi film; si azzecca qualche scena (ma meno che in altri film, pure meno di A casa tutti bene che non era certo ben registrato); se ne presentano fin troppe sopra le righe; si impone un registro poco consono agli attori che, pur bravi come Pierfrancesco Favino, Kim Rossi Stuart, Micaela Ramazzotti e Claudio Santamaria, non sono memorabili come altre volte in carriera. E sembrano spinti ad alzare sempre la temperatura emotiva, andando fuori giri. Senza contare che se i ragazzi che interpretano i personaggi adolescenti sono credibili e freschi (soprattutto Andrea Pittorino, giovane ma già con un lungo curriculum, nei panni di Kim Rossi Stuart da giovane), pochi minuti dopo vedere Favino e C. dimostrare sulla carta 25 anni sfida decisamente la sospensione di incredulità, nonostante trucco e trucchi. Perché si può convincere il mondo che Favino possa diventare (e sia diventato) Craxi, ma non che quella faccia vissuta – nonostante qualche ritocco per ringiovanirlo – sia di un giovane neolaureato. Peggio ancora i dialoghi, le psicologie e i rapporti tra i personaggi, spesso casuali: ci si lascia e ci si ritrova come su una giostra in cui si sale e si scende di continuo. Ne fa spese anche quello di Emma Marrone (moglie di Santamaria nella finzione), che per il suo debutto da attrice poteva aspirare a qualcosa di meglio. Ma anche il tema musicale stucchevole (riconosce che è di Nicola Piovani chiunque abbia mai sentito una sua musica o colonna sonora), o riproposizioni ormai usurate e inevitabilmente banali come “La società dei magnaccioni”, o certi confronti padre-figlio sul finale dove non scatta mai il feeling. Peccato: Muccino è un bravo regista, come detto, ma non è un caso se negli Usa dove si fece apprezzare (cosa non facile) la sceneggiatura non era di sua competenza. Le sue storie a volte si sfarinano, perdono consistenza e lasciano una sensazione di incompiuto. Gli anni più belli non fa eccezione.

Antonio Autieri