Eternity è una rom-com atipica che unisce romanticismo, humor e anche una leggera malinconia, ambientandoli in un aldilà sorprendentemente concreto. Joan, la protagonista (Elizabeth Olsen), muore e improvvisamente si ritrova in una sorta di “stazione di transito” ultraterrena: un enorme centro decisionale che ricorda una fiera, piena di sportelli e consulenti spirituali. Qui incontra due uomini fondamentali della sua vita: il marito (Miles Teller), morto pochi giorni prima di lei, e il primo grande amore (Callum Turner), scomparso molti anni prima e rimasto in attesa di ricongiungersi con lei per 67 anni. Joan ha una settimana per scegliere con chi passare l’eternità. Il film mette così in scena un triangolo amoroso costruito non tanto sulla domanda “chi ama di più?”, ma su qualcosa di più intimo: quale versione di sé Joan vuole abitare. Da una parte c’è l’amore adulto, fatto di quotidianità e imperfezioni; dall’altra un amore idealizzato, rimasto sospeso per una vita intera. La scelta non riguarda solo l’uomo, ma il tipo di esistenza – o post-esistenza – in cui Joan desidera riconoscersi.
Le rom-com hanno tanti pregi, ma difficilmente si distinguono per originalità, Eternity invece spicca in creatività. L’idea di un aldilà organizzato come un grande centro di smistamento è fresca, la costruzione visiva è accattivante e offre spunti narrativi interessanti e divertenti. Nonostante l’idea brillante, il film tende a “ristagnare” nella seconda metà: molte scene reiterano gli stessi concetti, allungando inutilmente la progressione emotiva. Eternity parte con slancio, ma perde ritmo strada facendo, fino a trascinarsi più del necessario. Funziona invece molto bene il cast: capace di abitare personaggi complessi e credibili anche quando la storia rallenta (grazie anche alla personalità del premio Oscar Da’Vine Joy Randolph, che qui si comporta da “spalla” di gran classe). Altrettanto originale è la scelta di mescolare generi e toni diversi tra loro. Eternity si mantiene in equilibrio tra romanticismo, leggerezza e accenti malinconici: parla di morte, memoria e possibilità mancate senza mai appesantirsi. Il tono rimane lieve, benché attraversato da domande importanti su cosa significhi amare e su come ci si definisca attraverso i propri ricordi. L’idea iniziale apre spiragli interessanti, ma la sceneggiatura non li esplora con decisione, preferendo restare nel territorio rassicurante della rom-com. La sensazione è che ci fosse materiale per qualcosa di più profondo che avrebbe potuto renderlo un film davvero di carattere.
Nel complesso, Eternity è un film piacevole e curioso, che si distingue per originalità e per la capacità di reinventare, almeno in parte, il genere romantico con un immaginario ultraterreno inusuale. È perfetto per chi ama le storie d’amore con un tocco di fantasia, un velo di nostalgia e qualche grande interrogativo lasciato sospeso. Chi invece cerca una riflessione esistenziale più incisiva potrebbe rimanere deluso: Eternity accenna a questi grandi temi, ma preferisce non affrontarli davvero. Intrattiene, coinvolge e spesso emoziona, ma non osa spingersi in profondità.
Greta Moschen
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