Dopo essere stata apprezzata in Familia di Francesco Constabile, Barbara Ronchi interpreta Bianca, giornalista e scrittrice che a 36 anni si trova ad affrontare una profonda crisi esistenziale: il marito Niccolò (Alessandro Tedeschi), unico uomo della sua vita, la lascia dopo 18 anni per scappare con un’altra. Poco tempo dopo Bianca viene raggiunta da una telefonata del suo caporedattore che le comunica il licenziamento. Evidentemente sconvolta la protagonista inizia a frequentare delle sedute da una psicoterapeuta, la dottoressa Brabante (un’energica Margherita Buy) che la mette di fronte alla realtà della sua condizione senza messi termini e le consiglia di provare a dedicarsi per 10 minuti al giorno ad esperienze completamente nuove che la portino fuori dalla sua comfort zone. 

Il film di Maria Sole Tognazzi, liberamente ispirato al libro di Chiara Gamberale, è un lavoro un po’ scialbo, troppo incentrato sulla depressione di Bianca, che viene descritta lungo tutto il film come un’incompiuta, alla ricerca, anche un po’ morbosa, delle cause più che di una soluzione ai suoi problemi. 

Il racconto procede spezzando il piano narrativo con flashback che confondono più che spiegare la storia della protagonista. La struttura del film, infatti, si rivela una delle sue principali debolezze. Questi continui salti temporali, pur essendo una scelta stilistica audace, rischiano di confondere lo spettatore e di disperdere l’attenzione. Ogni flashback, invece di aggiungere profondità, spesso interrompe il flusso narrativo, aprendo a scenari e suggestioni che poi non riescono ad inserirsi nella trama. La sensazione è quella di un mosaico che, anziché comporsi armoniosamente, si frantuma in pezzi che faticano a trovare un senso compiuto. Proprio durante uno di questi flashback, dopo un brutto episodio di depressione, Bianca si risveglia in ospedale dove conosce la sorellastra Maria, messa in scena da Fotinì Peluso (già nel cast di Tutto chiede salvezza su Netflix). In qualche modo lo spettatore capisce che Maria è nata dalla relazione extraconiugale del padre di Bianca che fino a quel momento le era stata tenuta nascosta. Sarà proprio Maria a sostenere Bianca fuori dall’ospedale e a condurla nelle nuove esperienze suggerite dalla dottoressa Brabante, che Bianca si sforzerà di fare per 10 minuti ogni giorno. Anche Nicola ritorna in questa seconda parte del film ed acquista sempre di più consistenza come personaggio, passando dall’essere la causa superficiale e scontata della depressione di Bianca ad essere invece un personaggio cardine, a sua volta vittima delle debolezze e delle ansie di Bianca. La fitta rete di rapporti che si crea intorno a Bianca si stringe per fare fronte al suo disagio e comprende anche i genitori siciliani della protagonista. A questo punto la pellicola risulta ideologica nell’indicare la causa di tutti i mali nelle infedeltà coniugali del padre,  discostandosi peraltro in maniera netta dal libro. Il film si conclude con una visita in Sicilia alla madre (Anna Ferruzzo) alla definitiva ricerca delle cause del suo malessere. In questa parte finale la fotografia risulta eccellente e davvero suggestiva, mostrando meravigliosi squarci di Palermo.

In conclusione, Dieci minuti è un’opera che avrebbe potuto rimanere più fedele al libro da cui è tratta e raccontare in maniera più approfondita una bella storia  con sviluppi interessanti, mentre la pellicola risulta superficiale e poco coesa. Pur presentando spunti interessanti e una regia di grande impatto visivo, si perde in una struttura narrativa contorta e in dialoghi che non sempre riescono a rendere giustizia ai personaggi e lascia lo spettatore con diversi dubbi e una sensazione di incompiutezza. Seppur con tutte le sue imperfezioni, il film rappresenta un tentativo interessante di esplorare temi universali, ma è nel confronto con la letteratura che emerge la vera ricchezza della storia.

Luca Cova

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