Lo spunto iniziale è brillante: per un errore, un bibliotecario precario, con l’hobby della pesca delle trote, viene eletto Presidente della Repubblica. Colpa del suo nome, Giuseppe Garibaldi, che – senza mettersi d’accordo tra di loro – tre capigruppo parlamentari hanno scelto di votare a scopo provocatorio. Per smarcarsi dalla situazione paradossale, basterebbe che il neo eletto rinunci ufficialmente alla carica ma l’uomo, che è rude ma tutt’altro che stupido, una volta seduto sulla poltrona del Quirinale decide di sparigliare le carte e di mettere a posto il Paese a modo suo.

Chissà cosa avrebbe fatto Totò, negli anni Cinquanta, nel ruolo che tocca qui a Claudio Bisio. Chissà cosa avrebbero combinato invece negli anni Ottanta, con una storia simile, Vincenzo Cerami e Roberto Benigni. Il film in questione, però, sgombrato il campo da queste suggestive ipotesi, delude. Principalmente per un’evidente incertezza tematica e stilistica: esaurito in poche gag lo spunto iniziale, infatti, Benvenuto Presidente! degenera nella farsa, accatastando disordinatamente situazioni e siparietti comici, prima percorrendo i binari della prevedibilità (l’uomo onesto che trasforma i corridoi del Quirinale in un lazzaretto per mendicanti) e poi, nel cercare di tenersi in piedi, ricorrendo a qualche volgarità innecessaria (soprattutto nella love story tra il Bisio e Kasia Smutniak, qui nel ruolo dell’assistente personale del Presidente, rigida ma prontissima a sciogliersi). Solo il carisma e la simpatia di Claudio Bisio, e di un cast di caratteristi ben assortito comprendente Omero Antonutti, Gianni Cavina, Remo Girone e Piera Degli Esposti, impediscono al film di precipitare completamente.

La squadra che ha confezionato la commedia faceva bene sperare: a produrre è la Indigo Film, che è dietro i successi di Paolo Sorrentino; a dirigerlo Riccardo Milani, più attivo in tv e meno prolifico al cinema (Il posto dell’anima e Piano, solo le ultime due sue fatiche), ma solido ed eclettico quanto basta, con nel curriculum anche l’esperienza di aiuto regista sul set de Il portaborse; soggetto e sceneggiatura, infine, sono del prolifico ed efficiente Fabio Bonifacci, che proprio a Claudio Bisio aveva servito due dei ruoli migliori, in Amore, bugie e calcetto e Si può fare. È proprio la sceneggiatura di Bonifacci, però, il punto debole: d’altra parte non sorprende che se di uno sceneggiatore escono quattro film tutti tra il gennaio e l’aprile dello stesso anno (gli altri tre sono stati Il principe abusivo, Amiche da morire e Bianca come il latte, rossa come il sangue ), non tutti questi script abbiano la stessa accuratezza. L’impressione che dà Benvenuto Presidente! è proprio quella di una pietanza che è stata servita ancora cruda, e che si lascia mangiare solo perché a comandare è la fame.

Indecisi su che direzione prendere, sceneggiatore e regista partono senza mappa: in tutta la prima parte assecondando un certo populismo “à la Beppe Grillo” (per cui si mostra che un qualunque uomo dotato di buon senso e concretezza potrebbe risollevare l’Italia, come Archimede con la famosa leva, meglio di tanti politici di professione); poi facendosi tentare dalla parabola realista e disincantata (per cui si dice che anche l’uomo più integerrimo è costretto a venire a patti con la sua coscienza, se di mezzo ci vanno i suoi affetti personali); infine sbarazzandosi di temi caldi e importanti, in nome di uno sbrigativo finale (non prima di aver illuso lo spettatore con un guizzo à la Train de vie, subito rientrato). Insomma, nessuno chiedeva a Bisio & Co. di rifare Il grande dittatore di Chaplin, ma una commedia onesta, ben scritta e strutturata, che facesse almeno ridere, sì. Purtroppo, Benvenuto Presidente! vorrebbe riflettere e far riflettere sulla confusa situazione politica italiana, ma non riesce ad andare oltre un facile qualunquismo, con l’aggravante di aver voluto puntare molto in alto per poi – a corto di argomenti (o si poteva fare davvero un Mr. Smith va a Washington all’italiana?) – scendere in picchiata senza apparenti giustificazioni. Tra qualche anno, o qualche decennio, i sociologi della comunicazione metteranno questo film nello stesso mazzo di Tutto tutto niente niente con Antonio Albanese, Viva l’Italia di Massimiliano Bruno e Viva la libertà di Roberto Andò, per capire come il cinema ha raccontato le vicende politiche della Nazione in una delle sue tante pagine controverse. Potrebbero dare ragione, stando a ciò che questi film illustrano, alla desolata massima di Giovanni Giolitti, secondo cui “governare l’Italia non è impossibile. È inutile”.

Raffaele Chiarulli