Il sequel del bizzarro, macabro, ma anche spassoso Beetlejuice del 1988 abbonda delle scelte morbose e nauseanti tipiche di Tim Burton. L’aldilà che Beetlejuice Beetlejuice immagina è un viaggio espressionista, forse non così sporco e nevrotico come nel film originale, ma è una visione giocosa (e al tempo stesso viscida) dell’uomo che ha giocato con quella materia per più generazioni. E, in ossequio a questa visione, non c’è niente che ci aspetti nell’aldilà di più spaventoso, traumatizzante o orribile di quel che la vita stessa può procurarci ora.

Nonostante il fatto che la grottesca faccia in decomposizione di Beetlejuice (Michael Keaton) sia ovunque nella promozione del film, Burton continua giustamente a usarlo con  parsimonia: Beetlejuice è un agente del caos utilizzato per distruggere e divorare le scene e  ha ancora molto da fare, soprattutto perché ha i suoi problemi negli inferi con la sua ex moglie assassina, Delores (una riuscitissima Monica Bellucci in versione vamp), che succhia la vita a chiunque si frapponga tra lei e il ricongiungimento col marito. Dei vecchi proprietari della casa, i Deetz, rimane Lydia, interpretata da Winona Ryder, che è ora una cinquantenne dark (gli americani la definirebbero “goth”), la cui capacità di vedere i morti le ha fatto guadagnare una carriera come “medium sensitiva” in televisione, una perenne ansia sociale e un fidanzato ossessivo che insegue la sua fama, Rory (Justin Theroux). La sua matrigna, Delia (Catherine O’Hara), è ora un’artista di performance (in stile Marina Abramovic), che riversa le sue nevrosi nella sua galleria d’arte di Manhattan. Astrid (Jenna Ortega), la figlia di Lydia da un ex marito defunto, è una saputella che non crede all’aldilà e non vuole avere niente a che fare con la sua famiglia disfunzionale, ma si ritrova comunque trascinata nelle loro buffonate paranormali.

In fondo, questa è una storia (memorabilmente lugubre) su tre generazioni di donne che son costrette ad affrontare la morte per la prima volta. E il più grande risultato di Burton qui potrebbe essere il modo in cui lascia che la sua telecamera si sieda accanto alle sue protagoniste femminili, reprimendo i suoi frequenti impulsi di infilare stranezze in ogni inquadratura e semplicemente osservando Lydia, Delia e Astrid mentre si comportano in modo maniacale, disordinato e risentito prima che alla fine si accettino a vicenda.

Burton ha saputo trasmettere una certa compassione e pazienza in questi ritratti: quando una cattiva decisione fa atterrare Astrid nell’aldilà e gli elementi fantastici e macabri tracimano, il film non dimentica però che sta raccontando una storia di trauma generazionale; Beetlejuice stesso a un certo punto funge persino da terapeuta di Lydia, letteralmente e metaforicamente svuotando le sue viscere a lei e Rory. Ci sono ancora molti grandi momenti musicali che rimangono impressi nella mente quando scorrono i titoli di coda, ma probabilmente la cosa che farà durare Beetlejuice Beetlejuice è che (per quanto strano possa apparire) sembra il racconto più umano e appassionato che Burton abbia raccontato negli ultimi decenni.

Beppe Musicco

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