Il lunghissimo addio alla Terra di Mezzo (questo dovrebbe essere davvero l’ultima pellicola che Peter Jackson dedica alle vicende del mondo creato da J.R.R.Tolkien, anche perché pare che gli eredi dello scrittore non abbiano gradito le libertà che il regista neozelandese si è preso rispetto al materiale di partenza) si sviluppa su quasi due ore e mezzo, la maggior parte delle quali occupate dalla battaglia del titolo. Una sequenza di scontri piccoli e grandi con un alto grado di spettacolarità, ma non sempre la stessa capacità di coinvolgere sui destini dei numerosi personaggi.,Un po’ perché di fatto la maggior parte dei nani che abbiamo conosciuto e seguito nei primi due film della trilogia (una dilatazione che non ha giovato agli equilibri e all’efficacia del racconto), in questo film se ne stanno chiusi nelle grotte di Erebor – il regno strappato al drago che era stato il vero protagonista del capitolo 2, ma qui ci saluta forse troppo presto – a guardare quello che capita fuori, mentre Bilbo fa la spola tra dentro e fuori per portare avanti il racconto, in barba alla credibilità di un assedio a parole impossibile… E un po’ anche per la moltiplicazione di micro linee dedicate ai molti personaggi: l’arciere Bard, che salva la gente di Pontelagolungo, Legolas e l’elfa Tauriel, protagonista di un’improbabile e un po’ dolciastra storia d’amore con l’unico nano carino, ma anche il re degli elfi, e naturalmente il re dei nani Thorin, che viene contagiato dalla malattia del drago e dell’oro, e per non farsi mancare nulla lo scontro in chiave horror alla rocca del Negromante…. ,Una buona parte di tali linee è frutto dell’elaborazione di Jackson e compagni e in più di un’occasione l’innesto di materiale spurio rispetto all’asciuttezza del racconto tolkieniano (specie quando si scade in un romanticismo un po’ a buon mercato) stride con le emozioni che regalano le scene di cui è protagonista Bilbo, che incarna invece molto bene lo spirito hobbit (grazie anche al bravissimo Martin Freeman) e più in generale la visione dello scrittore inglese, in cui lo spirito di sacrificio, il valore dell’amicizia e la fiducia in una sorta di Provvidenza sono i pilastri che reggono sia le storie più piccole che la grande dimensione epica che il pubblico aveva amato ne Il Signore degli anelli. La battaglia delle cinque armate rischia così di perdersi in una miriade di piccoli episodi, molti dei quali sembrano messi lì solo per riecheggiare qualcosa che si è visto nelle pellicole precedenti di Jackson, dilatando inutilmente situazioni che avrebbero potuto essere più potenti se non strascicate, dando invece tempo e spazio al racconto della compagnia dei nani. ,A compensare almeno in parte queste debolezze ci pensa un ottimo cast che riesce a dare credibilità ai personaggi nei loro dilemmi (a parte il già citato Freeman merita un ricordo Richard Armitage nei panni del tormentato Thorin, che perde la ragione per avidità di oro e potere ma poi la ritrova grazie all’amicizia dei suoi), nei loro eroismi (il Bard di Luke Evans, quando non è impegnato a ritrovare i figli che perde in continuazione, studia da condottiero e dimostra di avere carisma), nelle loro fragilità (anche se avremmo fatto a meno dei complessi di Legolas e di suo padre…).,Ci sarebbe piaciuto un finale più esaltante per l’avventura della Terra di Mezzo, ma forse il congedo da questo mondo così lontano dal nostro (eppure così capace di raccontare la parte migliore e peggiore di noi…) sarebbe stato comunque amaro. Non resta che goderci il ritorno all’inizio: in chiusura di film troviamo Bilbo anziano intento a ricordare il passato… Proprio laddove inizierà l’avventura di Frodo! ,Luisa Cotta Ramosino,