Il cinema francese continua a dimostrare una capacità quasi unica di raccontare la quotidianità senza trasformarla in banalità. Anche Allora balliamo (in originale Partir un jour: entrambi i titoli, quello italiano e quello francese, corrispondono ad altrettante canzoni che i personaggi cantano a un certo punto della storia), esordio nel lungometraggio di Amélie Bonnin dopo l’omonimo cortometraggio del 2021, parte da una vicenda apparentemente semplice per affrontare con delicatezza temi universali come il rapporto con le proprie radici, la famiglia, il tempo che passa e la fatica di scegliere chi vogliamo essere.
Cécile è una chef quarantenne che ha lasciato il piccolo paese d’origine per costruirsi una brillante carriera a Parigi, dove sta per aprire un proprio ristorante insieme al compagno Sofiane. La scoperta di una gravidanza inattesa e non voluta coincide con la notizia del nuovo infarto del padre, cuoco di una trattoria di provincia per camionisti. Il ritorno a casa, inizialmente pensato come una breve parentesi, diventa così un viaggio dentro il proprio passato, tra i ricordi dell’infanzia, il confronto con una famiglia tra affetto e incomprensioni (soprattutto con il padre) e il ritrovato incontro con Raphaël, il ragazzo di cui era innamorata da giovane.
L’ambientazione di provincia è ovviamente una scelta precisa del film. Il locale frequentato da camionisti, con la sua cucina semplice e genuina, diventa il simbolo di un mondo che Cécile aveva cercato di lasciarsi alle spalle e che ora è costretta a guardare con occhi nuovi. Il contrasto tra la ricerca dell’eccellenza gastronomica e la concretezza della cucina familiare racconta in modo efficace anche una distanza sociale e culturale, tra la donna ormai “di città” e quell’ambiente di gente semplice, senza mai cadere nella contrapposizione ideologica; e anzi con una riscoperta attrazione per la sincerità dei rapporti.
A sorprendere è soprattutto il modo in cui Allora balliamo evita le soluzioni più prevedibili. Per buona parte del film sembra infatti preparare il classico ritorno di fiamma con il primo amore ritrovato. Invece, proprio quando lo spettatore pensa di sapere già come andrà a finire, la sceneggiatura cambia direzione. Raphaël non è l’uomo cristallizzato nei ricordi, ma una persona che ha costruito una sua vita, con nuove responsabilità (appena accennato ma bello il personaggio della moglie). Non può essere un nostalgico e impossibile ritorno al passato la soluzione alle ansie della protagonista.
Ancora più interessante è il modo con cui viene affrontato il tema della gravidanza inattesa. La scelta di Cécile sembra inscalfibile, non tiene conto nemmeno dei dubbi di Sofiane che – scoprendo la notizia tenuta nascosta dalla compagna – si fa prendere dai dubbi e vorrebbe rimettere in discussione una chiusura ai figli mai davvero condivisa. Ma in una scena particolarmente intensa, la donna ascolta il battito del cuore del bambino: un momento raccontato con grande sobrietà, capace di suggerire che qualcosa dentro di lei stia cambiando, senza bisogno di spiegazioni o discorsi.
Il racconto è attraversato da numeri musicali costruiti sulle note di celebri canzoni francesi, reinterpretate dagli attori. Una scelta rischiosa, che Bonnin gestisce con naturalezza: i personaggi iniziano a cantare senza che il film perda credibilità, come se la musica desse voce a emozioni che le parole non riescono a esprimere. Non siamo davanti a un musical tradizionale (il pensiero va a Parole, parole, parole di Alain Resnais): ma a un racconto realistico nel quale la canzone diventa un linguaggio dell’interiorità.
Molto convincenti i due protagonisti. Juliette Armanet sostiene con misura un personaggio complesso, sospeso tra ambizione professionale e bisogno di riconciliarsi con la propria storia. Accanto a lei Bastien Bouillon (ottimo primattore di film dolorosi come La notte del 12 o La mattina scrivo e qui ottima spalla in una parte leggera che non sembrava nelle sue corde) evita il cliché dell’amore ritrovato e costruisce un Raphaël autentico e credibile. Tra i comprimari, una menzione particolare per Dominique Blanc, madre un po’ frustrata ma anche molto saggia.
Il finale rimane volutamente aperto, ma non irrisolto. Non è il ritorno alla provincia né il trionfo della carriera il vero approdo di Cécile: nel suo sorriso, mentre torna a casa, leggiamo la scoperta che le radici non limitano una persona inquieta, ma possono anzi rilanciarla nella battaglia dell’esistenza. Una degna conclusione per Allora balliamo, commedia che riesce a emozionare senza ricorrere a facili sentimentalismi e che ricorderemo come una delle sorprese della stagione.
Film di apertura del Festival di Cannes 2025.
Antonio Autieri
Clicca qui per rimanere aggiornato sulle nuove uscite al cinema
Clicca qui per iscriverti alla newsletter di Sentieri del cinema
Clicca qui per iscriverti al nostro canale Youtube