Due sono gli aspetti che da subito si notano in Lucy: il primo è che Luc Besson sa ancora fare il suo mestiere. L’autore di Léon, Il quinto elemento e Nikita riesce a confezionare un film d’azione dai risvolti fantascientifici, trascinando lo spettatore in una storia che, sebbene assai poco verosimile, riesce a tenere tutti inchiodati allo schermo. Il secondo è che Scarlett Johansson è una vera star, e come tale è in grado di dare al film quel “boost”, quella spinta, che difficilmente otterrebbe con un’attrice di minor glamour. La Johansson, che ha iniziato la carriera da giovanissima (e in questo è paragonabile a Liz Taylor), ha cominciato a interpretare personaggi tutto sommato “normali”. Ma mano a mano che la sua fama è cresciuta, anche i ruoli cuciti addosso a lei sono sempre più andati assomigliando al costume del supereroe (vedi The Avengers) o comunque del personaggio unico e singolare, al punto che Spike Jonze, per il ruolo della voce del sistema operativo protagonista di Lei, ha ritenuto che solo Scarlett avrebbe potuto rendere credibile la storia di un uomo che si innamorava di un software. Detto questo, la storia di Lucy è tutto sommato semplice: una studentessa americana a Taiwan, evidentemente dedita più alle uscite in compagnia che allo studio, accetta di consegnare una valigetta al posto di un amico, ma si ritrova nel bel mezzo di un regolamento di conti, con un boss spietato che la costringe a fare il corriere della droga, cucendole un pacchetto nella pancia. Ma la rottura del sacchetto e il contatto della droga col sangue di Lucy provocano un effetto totalmente inaspettato: il cervello della ragazza comincia a incrementare le sue potenzialità (tutto questo viene spiegato con un power point da Morgan Freeman nel ruolo di un neuroscienziato durante una conferenza che sembra fatta apposta per noi). Si sente sempre dire che il cervello umano lavora al 10% delle sue possibilità: bene, quello di Lucy sta rapidamente superando ogni limite, e nessuno sa predire quali effetti possa avere. Besson mescola esperimenti, macchinari, cristalli blu e scenari alla Matrix con botte, sparatorie e lanciarazzi, ma anche con un pizzico di Kubrick e qualche reminescenza alla Nolan. Il risultato è un film velocissimo, al limite della crisi isterica, violento fino al grottesco e nel quale purtroppo si notano anche alcune scelte francamente evitabili: l’eroina vuole prendere un taxi, l’autista parla solo cinese, lei non capisce e gli spara (dovrebbe far ridere? Con i superpoteri non ce la faceva a capirlo?). O anche la netta divisione tra i buoni (tutti americani o francesi) e i cattivi, tutti con gli occhi a mandorla (sicuri che il mercato cinese gradisca?). Restano però alcune interessanti riflessioni sul rapporto tra coscienza e corpo, sull’uso smodato della tecnologia, sulla natura dell’uomo.. In definitiva, un film di grande intrattenimento, ma anche con un sacco di cose su cui discutere quando si riaccendono le luci.,Beppe Musicco,