Innanzitutto la spiegazione del titolo: Whalefall deriva dal fenomeno naturale per cui la carcassa di una balena, cadendo sul fondo del mare, crea un intero ecosistema in grado di nutrire migliaia di organismi per lunghissimo tempo, anche decenni. Detto questo, bisogna osservare che dal racconto biblico di Giona, a “Pinocchio” e Lo squalo, l’umanità ha sempre cercato, di comprendere l’essenza profonda del cuore del mare, spesso scontrandosi con le misteriose creature che lo abitano. Whalefall – Nella balena, tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore premio Pulitzer Daniel Kraus, prosegue questa tradizione, trasformando una premessa familiare in una terrificante storia di sopravvivenza.
Il film di Brian Duffield si apre con un suicidio: il subacqueo Mitt Gardner (Josh Brolin), malato terminale di cancro, si toglie la vita gettandosi in mare nella baia di Monterey in California mentre pesca con il suo migliore amico, Huey (John Ortiz). Qualche tempo dopo, il figlio Jay (Austin Abrams), con cui non aveva più rapporti, torna a casa per rendere omaggio al padre insieme alla madre (Elisabeth Shue) e alle sorelle. In realtà, però, il giovane è tornato avendo in mente una rischiosa missione: recuperare i resti del padre, ancora intatti, dal mare. Immergendosi nelle profondità dell’Oceano Pacifico, Jay si imbatte in un calamaro gigante inseguito da un capodoglio affamato e, per uno strano scherzo del destino, viene inghiottito intero insieme al pericoloso cefalopode. Bloccato nella pancia del gigantesco cetaceo con solo un’ora di aria nella bombola, Jay deve trovare una via d’uscita prima di essere digerito o morire soffocato.
Con poco altro a sostenerlo se non il suo carisma e gli effetti speciali, Austin Abrams dimostra una presenza scenica non indifferente, mentre il suo personaggio viene messo (passi l’eufemismo) a dura prova. Che urli di dolore, faccia amicizia con una medusa o mormori tra sé e sé attraverso il suo respiratore, Abrams riesce a essere sempre credibile. Jay è un giovane con un pesante blocco psicologico, non solo per la morte del padre, ma anche per essere cresciuto cercando di opporsi alla forza distruttiva del genitore; Brolin interpreta con abilità un uomo rancoroso e scorbutico, evidentemente incapace di vivere sulla terraferma, e la complessità del rapporto tra Mitt e Jay, rivelata attraverso i flashback, conferisce a Whalefall il timbro di una emotività ferita. Intanto l’interno del capodoglio è una camera di tortura organica, con pareti di mucosa colante e laghi di melma digestiva da affrontare, mentre fuori dalla prigione carnosa di Jay, altri cetacei solcano lo schermo quasi come astronavi fantascientifiche che sfrecciano nell’oscurità dell’oceano/spazio.
La storia di Kraus prende uno scenario impossibile e lo radica nelle realtà tecniche delle immersioni. Come tutte le migliori opere di fantascienza creativa, Whalefall – Nella balena parte da una base di fatti concreti per sostenere al meglio anche le sfumature più sentimentali: mentre il mondo letteralmente si stringe attorno a Jay e la narcosi da azoto inizia a fare effetto, il film si sposta in un registro sempre più surreale, dove la memoria si fonde con il presente e la coscienza umana e quella dell’animale sembrano intersecarsi, fino alla conclusione di come i resti di una vita che finisce possano essere la materia che permette a un’altra di fiorire.
Beppe Musicco
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