Quando si parla di Lo squalo (Jaws), non ci si riferisce semplicemente a un film, ma a un vero e proprio spartiacque nella storia del cinema. Uscito nel 1975 e diretto da un giovane Steven Spielberg, il film non solo terrorizzò gli spettatori di tutto il mondo, ma inaugurò un nuovo modo di concepire e distribuire i film. È infatti ricordato come il primo grande blockbuster estivo, un’opera capace di trasformare il cinema da intrattenimento episodico a vero e proprio evento collettivo.
Parte del suo successo, infatti, lo si deve alla strategia produttiva e distributiva: invece di un’uscita graduale, come era prassi all’epoca, la Universal decise di lanciare il film simultaneamente in centinaia di sale durante l’estate, accompagnandolo con una campagna pubblicitaria martellante (addirittura venne prodotto un merchandising). Il risultato fu straordinario: un incasso record e la nascita di un modello che avrebbe dominato Hollywood nei decenni successivi.
Lo squalo è stato un fenomeno culturale che ha cambiato le regole del gioco: è un film che ha trasformato per sempre un’intera industria e dimostrato quanto il cinema possa essere un evento collettivo e globale.
Il film è tornato nelle sale nel 2025 per celebrare il suo cinquantesimo anniversario: questo non è solo un appuntamento nostalgico, ma l’occasione preziosa per le nuove generazioni di rivivere sul grande schermo l’esperienza adrenalinica che, cinquant’anni fa, sconvolse e affascinò il pubblico di tutto il mondo; la paura collettiva, il battito cardiaco sincronizzato con le note di John Williams, l’ansia di ogni silhouette intravista tra le onde.
Tornare in sala per vedere Lo squalo non significa solo riscoprire un grande classico, ma anche comprendere le radici del cinema spettacolare che conosciamo oggi.
La trama è nota, ma vale la pena ricordarla: nell’immaginaria località balneare di Amity Island, l’arrivo dell’estate è turbato da una serie di attacchi da parte di uno squalo bianco di dimensioni mostruose. Lo sceriffo Martin Brody (Roy Scheider), con l’aiuto dell’oceanografo Matt Hooper (Richard Dreyfuss) e del burbero cacciatore di squali Quint (Robert Shaw), dovrà affrontare la creatura in un crescendo di tensione che culmina in una resa dei conti in mare aperto.
Il genio di Spielberg emerge soprattutto nella costruzione della suspense, che non dipende solo dal terrore dello squalo, ma dall’inarrestabile tensione creata dal contrasto tra due mondi: l’isola assolata e gioiosa, dove le risate dei bambini e le corse sulla spiaggia scandiscono un’estate perfetta, e il mare oscuro e insondabile, custode silenzioso di un predatore invisibile. È questo gioco di opposti a far vibrare lo spettatore: la paura non è mai soltanto individuale, ma un’onda collettiva che attraversa la memoria di chi guarda, intrecciando ricordi personali di vacanze, sole e libertà con un’esperienza cinematografica che ha segnato un’intera generazione.
A essere geniale non è stato però solo Spielberg, ma anche John Williams che ci ha regalato una colonna sonora indimenticabile. Due sole note essenziali, ripetute in un crescendo incessante, diventano un simbolo universale di pericolo imminente. Non accompagnano semplicemente l’azione, ma anticipano l’orrore, imprimendosi nell’inconscio dello spettatore. Williams con pochissimi suoni richiama una paura primordiale, prima ancora che il mostro emerga dalle profondità.
A distanza di cinquant’anni, è inevitabile che alcuni aspetti risultino datati. Gli effetti speciali, in particolare, tradiscono il peso del tempo: lo squalo meccanico, soprannominato “Bruce”, appare oggi rigido e poco realistico. Già all’epoca delle riprese Spielberg e i suoi collaboratori si accorsero dei limiti di questo meccanismo; pertanto, dovettero ricorrere a soluzioni ingegnose per nasconderlo. È questo il motivo per cui la presenza dello squalo, per gran parte del film, viene solo suggerita (soprattutto attraverso ombre e suoni) e non direttamente mostrata.
Proprio questa difficoltà tecnica, tuttavia, si è trasformata in un vantaggio narrativo. Questo approccio ha stimolato l’immaginazione dello spettatore, intensificando la suspense, e ha consentito di approfondire i protagonisti. Sebbene si tratti di un film di avventura e dell’orrore, il cui cuore pulsante non sono certo i tratti psicologici dei personaggi, i protagonisti sono sorprendentemente curati, con caratteri e reazioni che li rendono autentici e intensi.
Insomma Bruce, il pupazzo meccanico irrealistico, alla fine ha giocato a favore del film: Spielberg, costretto a mostrarlo il meno possibile, ha puntato sul fuori campo, sull’allusione e sul montaggio. In questo modo lo spettatore immagina più di quanto vede, e al tempo stesso i personaggi umani trovano più spazio narrativo. Spielberg stesso nel 2011 dichiarò: «Se avessimo realizzato Jaws nel 2005, mi sarei affidato al digitale e lo squalo comparirebbe più spesso. In questo modo avrei completamente rovinato il film. Il fatto che lo squalo non funzionasse, trent’anni fa, fu la mia salvezza».
Ironicamente, inoltre, sono in molti ad apprezzare e a guardare con affetto proprio a questo difetto. Vedere questo squalo meccanico oggi permette di fare un salto, o meglio un tuffo, in un’epoca in cui il cinema si poteva affidare solo a soluzioni pratiche, artigianali.
Rivisto oggi, Lo squalo, non perde forza: resta un racconto universale di paura e coraggio, di uomo contro natura, di lotta per la sopravvivenza. È stato un fenomeno culturale che ha cambiato le regole del gioco: è un film che ha trasformato per sempre un’intera industria e dimostrato quanto il cinema possa essere un evento collettivo e globale. Ma soprattutto resta un’opera che ha saputo trasformare un semplice mostro marino in un mito del cinema.
È stato proprio Spielberg a lanciare la moda dei film thriller/horror che vedono squali come protagonisti. Sebbene già negli anni 40 e 50 esistessero pellicole che narravano di squali minacciosi, erano in genere produzioni di basso budget, poco conosciute e distribuite in maniera limitata. Lo squalo inaugura invece il moderno “thriller da squalo”, trasformandolo in un appuntamento estivo per il pubblico: un’idea di cinema che unisce suspense, pericolo naturale e spettacolo visivo, con un impatto commerciale enorme e duraturo.
Greta Moschen
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