Il titolo mette al centro la moglie, ma è il poliziotto attorno a cui gravita la storia di questa piccola famiglia di tre persone, di cui vediamo dipanare lentamente le tristi vicende. Il poliziotto, il biondo Uwe, ama la moglie Christine e la figlioletta Clara di un amore possessivo, geloso e violentissimo, che distrugge tutto. Sullo sfondo di una natura bella ma immersa in un gelo che è anche il contesto narrativo del film, vediamo in 59 capitoli numerato ad uno ad uno, preceduti e seguiti da lunghi secondi di schermo nero, scivolare la famigliola in un inferno di umiliazioni e violenze, solo raramente spezzate da gesti d’amore o immagini della bellezza circostante. Alcuni segni ci fanno presagire la tragedia imminente, soprattutto i lividi che compaiono sul corpo di Christine e che introducono a una spirale di botte, insulti, pressioni psicologiche crescenti. Non sorprende che la moglie scivoli pian piano nella follia, mentre la bambina si colpevolizza e autopunisce perché ha fatto arrabbiare papà e diventa pure strumento della persecuzione sulla mamma…,Il regista Philip Gröning si fece apprezzare anni fa per Il grande silenzio, documentario su un convento di monaci cistercensi immerso appunto nel silenzio, esperienza cinematografica non facile ma affascinante. Anche stavolta il silenzio è parte imprescindibile del film, a segnare l’incomunicabilità in famiglia e l’indicibile orrore che vediamo sullo schermo, ma anche – temiamo – un preciso limite di un autore che ha qualità visive ma forti limiti narrativi. Così deve spezzettare la narrazione di tre ore (che sembrano il doppio) in 59 capitoli, alcuni brevissimi anche di solo pochi secondi e molti dei quali perfettamente inutili o poco significativi, con questa scansione irritante e lo schermo nero che appare di continuo che si mangia via quasi mezzora di film (il che fa pensare a un terribile effetto collaterale del pur apprezzabile passaggio al digitale: con la costosa pellicola, forse ci si sarebbe risparmiati tali sprechi…).,La moglie del poliziotto è un film fatto di immagini ermetiche, poche parole e silenzi infiniti, personaggi misteriosi (un vecchio che ogni tanto appare: il protagonista da vecchio, in una proiezione di solitudine?); e tanta sgradevolezza, insistita e morbosa. Cerebrale e irritante, estetizzante e noiosissimo, odioso per il ricatto morale del tema della violenza sulle donne che dovrebbe annullare ogni critica per un modo di fare cinema insopportabile e ormai fuori tempo massimo. Che si poteva apprezzare negli anni 70, quando Wenders e gli altri registi della scuola tedesca usavano silenzi e immagini fisse per scuotere un cinema ormai vecchio e per urlare la propria libertà espressiva. Questo invece ormai è diventato un cinema da festival conformista e infatti super premiato, autoreferenziale e gelido, senza alcuna passione per l’umanità disperata che vuole descrivere. Soprattutto, capace di vanificare qualche spunto interessante risultando programmaticamente respingente verso un pubblico di cui il regista sembra poter fare a meno. Accontentatelo.,Antonio Autieri,