Il film di Silvio Sodini è incentrato sul personaggio di Rose (Elisa Schlott), una giovane donna berlinese che sconta le sofferenze della seconda guerra mondiale. La crudeltà del regime nazista si manifesta nella visione di Soldini (che ha tratto il suo film dall’omonimo romanzo di Rosella Postorino) attraverso un’esperienza femminile: il regista non solo esplora la ben nota ferocia del nazismo, ma si concentra anche sulla condizione delle donne, spesso sfruttate dal regime all’interno di logiche di potere e violenza. Il film si apre con una Germania martoriata ma ancora convinta di poter vincere la guerra: il contrasto tra la vita della protagonista, Rose, e quella del marito, soldato al fronte, diventa il simbolo di una realtà frammentata e incerta. Rimasta sola a Berlino, Rose decide di trasferirsi in campagna, presso i suoceri. Lì scopre che pressi della loro casa si trova il rifugio segreto di Hitler, la “Tana del Lupo”. Questo lascia presagire una situazione che diventerà sempre più tesa e pericolosa. La parte centrale del film riguarda la selezione di Rose e di altre sei giovani donne ad opera dei soldati delle SS, per l’incarico di assaggiare i pasti che verranno poi serviti a Hitler. Inizialmente questo lavoro sembra una buona opportunità per sopravvivere in tempi difficili: si viene pagate e non si deve gravare sul resto della famiglia per il cibo; ma la presenza imposta nella caserma della fortezza prima di ogni pranzo e cena, e l’attesa di eventuali sintomi, si trasforma rapidamente in una vera e propria prigionia, psicologica e fisica. Le donne diventano cavie di un esperimento sottilmente crudele, esposte alla minaccia del veleno e sistematicamente manipolate. Anche un elemento apparentemente innocente come il miele, prodotto dalle api che si nutrono dei fiori della foresta vicino alla residenza del Führer, ma che si rivela avvelenato, diventa metafora di come il male possa nascondersi nei dettagli più insospettabili e come le vite umane possano essere sacrificate per i capricci e le paranoie di un regime totalitario.
Le assaggiatrici non è semplicemente una storia di forzata prigionia e sopravvivenza (quello che sappiamo della realtà storica è solo la dichiarazione di un’anziana donna tedesca che dichiarò di aver svolto questo compito in gioventù), ma esplora anche i dilemmi morali che emergono nel particolare contesto della guerra e della dittatura. Il personaggio della giovane ebrea che si nasconde sotto mentite spoglie evidenzia il contrasto tra l’ideologico razzismo nazista e la solidarietà umana, ma introduce anche i temi della colpa e del sacrificio. La decisione di Rose provare a salvare la sua compagna nonostante il gravissimo pericolo, accresce il conflitto interiore del suo personaggio, combattuto tra la sua stessa sicurezza, la nostalgia di una vita coniugale troppo presto interrotta e una rettitudine morale cui non è venuta meno. Un altro aspetto significativo è il rapporto tra Rose e l’ufficiale delle SS al comando della procedura (Max Riemelt), una dinamica che subisce un’evoluzione complessa nel corso della vicenda (per certi versi paragonabile a quella narrata ne Il portiere di notte di Liliana Cavani). Il personaggio simboleggia le contraddizioni all’interno del nazismo stesso, dove anche coloro che appaiono come meri esecutori di un sistema tetragono e inscalfibile (quella “banalità del male” evocata da Hannah Arendt) possono mostrare lampi di umanità e agire al di fuori delle regole. L’aiuto a una possibile salvezza di Rose accenna a una potenziale redenzione, ma allo stesso tempo mostra come questo accada comunque al prezzo di innumerevoli altre vite sacrificabili senza alcuna remora.
Il film di Silvio Soldini, girato con rigore teatrale, con una fotografia che evidenza tutti i toni del grigio, ben attento a usare la luce artificiale come elemento che acuisce lo straniamento della situazione, mostra la condizione di un gruppo di donne capaci anche di una resistenza inaspettata e capace di sfidare l’imperante logica di morte che imperversa in ogni istante.
Beppe Musicco
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