La giovane Ariel Ecton (Ayo Edebiri) scrive per una patinata rivista di tendenza. Stan Sullivan, il suo presuntuoso capo (Murray Bartlett), adora i suoi spunti per nuovi articoli, ma continua ad assegnare gli incarichi ad altri redattori (uomini). Stan riceve un invito per un weekend speciale per ascoltare il nuovo e attesissimo album dell’artista di culto Alfred Moretti (John Malkovich), Caesar’s Request ma, con grande sorpresa del resto dello staff della rivista, anche Ariel riceve lo stesso invito.
Opus da subito mostra ironicamente il panorama contemporaneo delle pubbliche relazioni nel mondo della musica e dell’arte: cesti regalo, video criptici su YouTube e inviti che danno il via al fervore del ritorno di Moretti sotto i riflettori dopo anni di assenza. Stan e Ariel vengono attirati nel bel mezzo del nulla nello Utah, su un autobus con pochi altri membri selezionati dei media, tra cui un paparazzo (Melissa Chambers), un’influencer (Stephanie Suganami), un podcaster (Mark Sivertsen) e una personalità televisiva (Juliette Lewis). E quando arrivano al complesso di Moretti, che è popolato da seguaci di una sorta di culto diffuso da un libro incluso nel cesto di omaggi ricevuti dagli invitati, i loro smartphone vengono presi, e loro stessi vengono abbinati ognuno a un concierge che sorveglia ogni loro mossa.
Ci sono battute lasciate cadere ogni tanto, che descrivono le professioni di tutte le élite dei media nel film, ma su di loro non sappiamo praticamente niente, a parte il fatto che capiamo immediatamente che sono destinati a essere soppressi. Il che rende le sparizioni graduali poco interessanti, dal momento che non c’è molto attaccamento del pubblico a questi personaggi. E Opus non chiarisce mai veramente perché queste persone vengano uccise. Nemmeno una spiegazione bizzarra o inverosimile. Anche i particolari che vengono rivelati su questa specie di comune dove vive Moretti, non si capisce quale relazione abbiano con la storia. Le persone hanno cicatrici sulle mani perché stanno sgusciando ostriche per trovare perle; dipinti bizzarri sul terreno del cortile che presumibilmente mostrano il potenziale per, secondo Moretti, “chiunque di essere un Dio”; uno spettacolo di marionette di una conferenza stampa con la cantante Billie Holiday, con i giornalisti ritratti come topi che la interrogano sul suo trauma. Ma il film fa fatica a giustificare come queste cose c’entrino col personaggio di Moretti. Una persona famosa inventata, dovrebbe almeno emulare il fascino di una personalità reale, coltivando anche la mitologia del personaggio immaginario. Ma in Opus c’è poco oltre l’aspetto flamboyant di Malkovich. Per quanto ampio possa il ventaglio di persone dei media in Opus, non ci è dato capire quanto queste contribuiscano a mantenere la cultura della fama di Moretti e quale connessione questa abbia con altre persone, immaginate o reali. Da come si veste e si muove, Moretti dovrebbe essere un mix di Elton John, David Bowie, Prince e altre pop star degli anni ’70 e ’80; Malkovich (che di solito ha sicuramente un certo alone di mistero) sembra segato da chi lo circonda; anche le musiche e i testi non sembrano essere così attraenti per un personaggio di culto.
Il regista Mark Anthony Green, ha lavorato per anni alla rivista “GQ” scrivendo profili di persone famose, e sicuramente avrà talento e ambizione per i temi che ha voluto trattare. Ma Opus sembra un’opportunità mancata, un film costruito più sullo stile che nella sostanza; e questo molti altri l’han fatto sicuramente meglio.
Beppe Musicco
Clicca qui per rimanere aggiornato sulle nuove uscite al cinema
Clicca qui per iscriverti alla newsletter di Sentieri del cinema
Clicca qui per iscriverti al nostro canale Youtube