Stet (Garret Wereing) è un ragazzo problematico: la madre soffre di dipendenze e lui cerca, come può, di prendersi cura di lei. A scuola è vittima degli scherzi dei compagni, ai quali reagisce spesso con violenza, finendo regolarmente in punizione. Stet, però, possiede un dono straordinario: una meravigliosa voce da contralto. La preside della sua scuola, a conoscenza della difficile situazione familiare del ragazzo e delle sue doti canore, si interessa particolarmente a lui e riesce, dopo numerosi tentativi, a organizzare un’esibizione del più importante coro giovanile degli Stati Uniti. Il suo unico obiettivo è convincere il direttore Carvelle (Dustin Hoffman) a concedere un’audizione a Stet, che tuttavia, intimorito, fugge senza sostenere la prova.

Poco tempo dopo, la madre di Stet muore in un incidente e i servizi sociali rintracciano il padre biologico, il signor Owens (Josh Lucas). Questi si rifiuta di prenderlo in affidamento, ma lo accompagna alla prestigiosa National Boychoir Academy diretta da Carvelle. Qui Stet viene accolto dalla preside (Kathy Bates) e inizia un difficile percorso di formazione e disciplina, nel tentativo di far emergere il suo talento tanto straordinario quanto fragile. Circondato da compagni più ricchi e spesso invidiosi, che non perdono occasione per metterlo in difficoltà, Stet dovrà imparare a controllare la propria rabbia, recuperare le lacune scolastiche e superare numerose prove per conquistare il proprio posto e ottenere una possibile rivalsa.

Il film risulta interessante più per i temi affrontati che per una trama in parte prevedibile, e soprattutto per la bellezza quasi angelica del canto corale, che occupa un ruolo centrale nella narrazione. La storia ripropone il tema del “genio ribelle”, ma introduce un elemento meno scontato: il talento di Stet, la sua meravigliosa voce bianca, è destinato a scomparire con l’arrivo della pubertà, conferendo alla vicenda una dimensione di precarietà e urgenza che la rende più complessa e significativa.

La pellicola, diretta dal regista canadese François Giraud, può contare su un cast di ottimo livello, che sostiene efficacemente l’esordio di Garret Wereing, nel complesso convincente nella sua interpretazione. Meno persuasiva risulta invece l’impostazione educativa proposta: i ragazzi del collegio appaiono più come soldati che come studenti, più pronti a screditare i compagni che ad aiutarli. Anche il canto corale viene presentato prevalentemente come esercizio di disciplina, competenza e perizia tecnica, piuttosto che come espressione di autentica bellezza artistica. Questa visione riflette una dinamica tipica del cinema americano, in cui il talento — in questo caso quello canoro, ma più spesso quello sportivo — diventa un valore assoluto su cui investire a ogni costo, poiché sembra rappresentare l’unica possibile via di riscatto in una società che non ammette alternative né la mancanza di altri mezzi.

Questo aspetto potrebbe essere lo spunto più interessante del film: che cosa resta quando il talento su cui tutto è stato costruito è destinato a svanire? Chi siamo, al di là delle nostre capacità e delle aspettative che gli altri proiettano su di noi? Pur senza offrire risposte definitive, il film lascia emergere una riflessione sincera sull’identità, sulla crescita e sulla necessità di trovare un valore che vada oltre il successo e la performance. Una domanda aperta che accompagna lo spettatore anche dopo la visione.

Luca Cova

Clicca qui per rimanere aggiornato sulle nuove uscite al cinema

Clicca qui per iscriverti alla newsletter di Sentieri del cinema

Clicca qui per iscriverti al nostro canale Youtube