Germania, anni 50. Un uomo scarno con un cappello arriva all’aeroporto di Monaco; il suo passaporto è ancora valido. Torna a Günzburg, nella Svevia Bavarese, dove ha sede il quartier generale del gruppo industriale Mengele, usando il suo vero nome, Josef. I parenti e i dignitari della città organizzano una cena in suo onore e si lamentano del cancelliere Adenauer che, a detta loro, vuole vendere la Germania agli americani, e del nuovo nome “stupido” del Paese: Repubblica Federale di Germania.
Il momento in cui Eichmann viene però catturato dal Mossad infrange l’apparente calma di Mengele: da quel momento in poi, cerca senza sosta nuove vie di fuga per sopravvivere. Trascorre un po’ di tempo in Paraguay; nel 1977, ormai residente a San Paolo del Brasile, incontra suo figlio Rolf, nato nel 1944 dal suo primo matrimonio, che porta i capelli lunghi, come era di moda all’epoca. Rolf chiede, un po’ goffamente, un po’ ingenuamente, cosa facesse suo padre ad Auschwitz. Josef Mengele si lamenta e chiama Rolf “un fifone”. Per il resto, non dice nulla, ma vediamo cosa gli passa per la testa. E per qualche minuto, il film passa dal bianco e nero al colore, mostrandoci ciò che il padre ricorda, nello stile dei vecchi filmati amatoriali: la selezione sulla rampa, esperimenti inimmaginabili, mentre un’orchestra di prigionieri nani suona accanto ai vagoni da cui viene scaricato il materiale umano per i successivi esperimenti. Mengele visse in America Latina fino al 1979, non veramente libero, ma indisturbato.
Il titolo del film La scomparsa di Josef Mengele (presentato fuori concorso a Cannes 2025) è, naturalmente, il titolo del libro del 2017 dello scrittore francese Olivier Guez da cui è tratto. Ma ha un significato più profondo: il concetto di scomparsa contiene più elementi. Mengele scompare dalla Germania, fisicamente e letteralmente; fugge in Sud America, in seguito scompare, e in una certa misura scompare anche da sé stesso, perché diventa sempre più sfuggente a sé stesso, anche se si può dubitare che ci riesca davvero. Sembra aver sempre un bisogno impellente di fuga che non riesce a soddisfare, perché non c’è una vera via di fuga da sé. Per questo, questo film è anche il ritratto di un processo di declino: la storia di Mengele e della sua scomparsa dall’opinione pubblica, e in particolare da coloro che volevano chiamarlo a rispondere in un tribunale competente per le sue azioni come medico del campo di Auschwitz.
Molto si è parlato e scritto delle condizioni sociali impregnate di oscurità dei primi decenni della Repubblica Federale, le continuità naziste soprattutto nell’industria tedesca, così come le condizioni di quegli stati latinoamericani, in particolare le dittature militari in Argentina, Brasile, Cile e Paraguay, e delle figure naziste che là trovarono rifugio, come Adolf Eichman o Klaus Barbie.
Ma Kirill Serebrennikov (regista russo in esilio in Germania) si concentra sulla figura in sé, su Mengele come uomo. Mengele era, almeno come lo descrive il regista nel suo film, una figura assolutamente ripugnante e disgustosa, e non solo per le sue azioni come “Angelo della Morte di Auschwitz”, dove condusse esperimenti inimmaginabilmente orribili su bambini, malati, disabili e sani, esperimenti la cui mostruosità sfida ogni possibile descrizione. Mengele era colpevole anche per la mancanza di scrupoli con cui continuava a vivere, per la sua riluttanza ad assumersi anche la minima responsabilità, per il suo carattere pieno di odio, un uomo che sputava veleno, sparando ogni minuto frasi antisemite, razziste e antioccidentali. Mengele era un mostro umano, un uomo malvagio e, allo stesso tempo, come lo vede ancora una volta il regista, era un essere completamente prigioniero della paura.
Olivier Guez nel suo libro ha sollevato la questione di come fosse possibile che un nazista ricercato e uno dei più famigerati criminali di Auschwitz potesse vivere sottoterra per decenni sotto falsi nomi senza essere scoperto, e che fosse stato identificato e smascherato postumo solo anni dopo la sua morte. Il film fornisce diverse risposte a questa domanda senza giungere a una conclusione definitiva e, allo stesso tempo, nella struttura dei capitoli, traccia una mappa dei luoghi e dei nomi in codice in cui questo medico aveva trovato rifugio.
Serebrennikov, con fredda precisione, ripercorre gli anni della fuga dell'”Angelo della Morte di Auschwitz” attraverso il Sud America, e riesce a ritrarre la figura di Josef Mengele come un esempio emblematico della depravazione umana. La sua regia si distingue per il rigore formale e la potenza visiva. La decisione di girare il film in bianco e nero e di mostrare a colori solo le sequenze di Auschwitz è di grande valore simbolico. August Diehl affronta in modo impressionante anche la complessa personalità di Mengele, tentando di catturarla nella sua rappresentazione e dare forma a una personalità complessa che, nonostante la crescente distanza storica, non prova alcun rimorso per le sue azioni: la mostruosità trionfa e Mengele e le sue azioni rimangono a testimonianza della continua possibilità di scegliere il male.
Beppe Musicco
Clicca qui per rimanere aggiornato sulle nuove uscite al cinema
Clicca qui per iscriverti alla newsletter di Sentieri del cinema
Clicca qui per iscriverti al nostro canale Youtube