Bobby (Colin Farrell) e Jonathan (Dallas Roberts), dopo il disgregarsi della famiglia del primo, crescono insieme nutrendo un sentimento reciproco che va al di là dell’amicizia o della fratellanza. Si rincontreranno nei turbolenti anni ’80 quando Jonathan, apprezzato giornalista che ormai non nasconde più la sua omosessualità e vive con la strampalata Claire, disegnatrice di cappelli, ospiterà Bobby a New York. I due apriranno insieme un nuovo, complicato capitolo della loro vita, compresa la maternità di Claire.,L’aver affidato questa pellicola a un regista esordiente (e, anche se non pessimo, sicuramente neanche memorabile), ne ha fatto molto dipendere la riuscita dalla sceneggiatura di Micheal Cunningham (autore del libro da cui è tratta e di “The Hours”, da cui è stato tratto l’omonimo e pluripremiato film con Nicole Kidman) e dalla bravura degli attori. ,Nel film ricorrono parecchi “topoi” della scrittura di Cunningham. Innanzitutto il tema dell’amore incompiuto, nonché la destinazione malinconica, disperata e disperante dell’esperienza affettiva. Infatti, come già in “The Hours”, il tanto amore che i tre protagonisti hanno da offrire e di cui tanto hanno bisogno si ripiega su sé stesso, in questo caso perdendosi in un circolo vizioso dove A ama B, che però ama C, il quale a sua volta è innamorato di A… Da sottolineare, in positivo, l’approfondimento psicologico dei personaggi i quali, posti davanti al loro destino, reagiscono ognuno diversamente, a seconda di personalità e carattere, quasi a offrirci tre diversi punti di vista (nessuno dei quali è presentato come il migliore) della stessa situazione: Claire reagisce prima con ottimismo, poi con paura, tanto che fugge; Jonathan con stoico coraggio, ma anche con realistico pessimismo – posizione di cui è sintomo, si direbbe, persino il suo fisico ferito (altro tema ricorrente in Cunningham) – ; infine Bobby con ingenuità, quella con cui sembra aver attraversato l’intera sua vita. Allo sceneggiatore è poi cara senz’altro l’omosessualità, forse anche intesa come esplicitarsi simbolico ed estremo della non totale corrispondenza, dell’impossibilità di realizzare in modo appagante il desiderio di amare e di essere amati. Inoltre la famiglia, sia che ci si ritrovi già parte di una, sia che se ne voglia costruire una nuova. Cunningham vede la famiglia come un’arma a doppio taglio: porto sicuro a cui approdano i disperati a cui è mancata la loro quando più ne avevano bisogno (come per Bobby); legame soffocante che non permette un reale compimento della persona, della libertà individuale (ricordate la claustrofobica situazione vissuta dal personaggio interpretato da Julianne Moore in “The Hours”? Qui questo aspetto è rappresentato in parte da Claire, in parte dalla madre di Jonathan, che pur di provare un minimo di ebbrezza nella sua apparentemente perfetta, ma evidentemente noiosa vita, chiude gli occhi di fronte alle varie stranezze di cui sono protagonisti il figlio vero e quello “adottivo”, gli unici a offrirle una per lei inedita attenzione). Molto presente in questo film anche la morte, in un certo senso motore necessario che scatena il verificarsi degli eventi e dall’altro meccanismo che alimenta il famelico bisogno di amore dei personaggi e ne allarga a dismisura il vuoto affettivo e il senso di solitudine. Infine gli uomini come esseri incapaci di soddisfare o comprendere davvero le donne, le quali o rinunciano (all’amore degli uomini e alla vita stessa) drammaticamente o si arrangiano tra di loro…,Vale la pena soffermarsi sulla bravura degli attori, tutti convincenti nella propria parte e mai esagerati nonostante spesso la storia ne abbia offerto loro ampie possibilità. Colin Farrell in particolar modo, di solito interprete di spacconi e bulli vari, stupisce per l’interpretazione delicata e sensibile che dà del suo personaggio. Convince e non delude mai Sissy Spacek (qui interpreta la madre di Jonathan).,Di domande a cui non vengono date risposte, di questo parla in sostanza il film. Di vita che è completamente permeata fin dal suo inizio, che quasi “odora” di morte. Di vite sprecate a inseguire l’amore anche se questo non arriva mai o arriva come non lo si voleva o arriva e subito se ne va, lasciando la tremenda eredità di una vita vuota e disperata fino alla sua fine. ,Dei personaggi creati da Micheal Cunningham sappiamo sempre quando muoiono, ma non si capisce mai quando e se cominciano a vivere. ,Eva Anelli,