A due anni e mezzo, Amélie, bambina dai grandissimi occhi verdi non cammina né parla. È solo un tubo, come sembrano pensare quelli che le stanno intorno? O addirittura Dio, come lei stessa immagina? La piccola Amélie, il film d’animazione di Mailys Vallade e Liane Cho-Han, è un adattamento del libro “La metafisica dei tubi” in cui la scrittrice Amélie Nothomb racconta i primi anni della sua vita in Giappone, con suo padre, un diplomatico belga, sua madre pianista, e André e Juliette, suo fratello e sua sorella. Una storia di formazione che segue lo sviluppo di una bambina diversa dalle altre che, attraverso la magia di un quadratino di cioccolato bianco regalatole dalla nonna, si aprirà finalmente al mondo.

Un quadratino di cioccolato bianco (belga, ovviamente) e Amélie finalmente inizia a parlare, mentre i suoi sensi si risvegliano in un’esplosione di colori primaverili dominati dal rosa dei fiori di ciliegio: una seconda nascita, a due anni e mezzo. La bambina che si considerava il centro dell’universo scopre di essere solo un elemento di un tutto più grande, destinato a stringere relazioni con chi la circonda. La sua famiglia, naturalmente (genitori amorevoli, una sorella maggiore gentile, ma anche un fratello ostile) ma soprattutto, la governante: Nishia-San, orfana di guerra, che ha preso in simpatia questa strana bambina e la accompagnerà alla scoperta del mondo. Un apprendistato sensoriale che colloca Amélie al centro di una natura lussureggiante in cui si immerge con gioia, senza mai lasciare il suo straordinario giardino. Ma a questa esperienza di bellezza e piacere si unisce quella di dolore e perdita. La storia è ossessionata dalla morte, quella dell’amata nonna, quella delle vittime giapponesi della guerra, quella della stessa Amélie, che l’ha rischiata ben due volte, e rappresentata dalla superba atmosfera di poesia, lungo l’acqua, della festa giapponese di Obon, che onora i defunti.

Una voce fuori campo narra questa introduzione al mondo, riecheggiando il monologo in prima persona del libro: la voce di un’adulta che, con un pizzico di autoironia, riscopre lo stupore infantile delle proprie capacità. Questo tocco leggero permette al film di sdrammatizzare, ma senza negare, la crudeltà del mondo adulto che Amélie, come ogni bambina, incontra. Il momento più doloroso, senza dubbio, è il conflitto che nasce con la padrona di casa della famiglia Nothomb, Kashima-san, che non riesce ad accettare che Nishia-san, sua nipote profondamente addolorata dalla guerra, simpatizzi con coloro che, in quanto occidentali, ritiene responsabili della morte del marito. Questa leggerezza si adatta anche alle immagini dinamiche e gioiose del film, una fusione di animazione francese e giapponese dove l’influenza dei manga si fonde con quella dell’Impressionismo. I personaggi hanno sguardi intensi. Vaste distese di colori e superbe immagini d’acqua: pioggia, fiume, mare. Un universo fluido, in perpetuo movimento, che a volte assume un aspetto onirico sotto lo sguardo lucidissimo di Amélie; un universo poetico, i cui protagonisti, certamente disegnati a grandi linee come in una fiaba, sono tuttavia accattivanti e più sfumati di quanto appaiano.

Un ricordo al tempo stesso abbagliante e venato di amarezza dei pochi mesi che videro una bambina risvegliarsi al mondo all’alba del suo terzo anno, La piccola Amélie ci invita ad adottare la sua prospettiva. Apre le porte all’immaginazione di una bambina che vive tra due lingue, due culture e due luoghi, permettendoci di condividere le sue emozioni e riflessioni. Una bambina che impara a convivere con la perdita dei propri cari e con la prospettiva di dover un giorno lasciare il suo paradiso giapponese. Una storia di formazione che piacerà in modo intelligente sia ai bambini che agli adulti. Un film commovente, profondo ma anche spensierato come l’infanzia.

Beppe Musicco

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