Dopo il naufragio di una nave cargo della società Universal Dynamic, che perde sei robot, l’unità ROZZUM 7134 si ritrova su un’isola disabitata di umani, costretta a imparare a vivere in un ambiente selvaggio popolato da tante specie animali ostili tra loro. Rozzum, gentile con tutti perché programmata per soddisfare i “clienti”, viene accolta con ostilità o diffidenza, poi aggredita da un branco di procioni e inseguita da un orso. Caduta da un dirupo, accidentalmente distrugge un nido: dall’uovo superstite, salvato dalle fauci della volpe Fink, spunta un pulcino di oca, che vedendo il robottone ne rimane soggiogato. E come da comportamento tipico della sua specie, si convince in fretta che “quella” sia la sua mamma. Ma Rozzum, ribattezzata Roz da Fink che – pur non perdendo la sua indole predatoria – decide di darle una mano e qualche consiglio “di vita”. Come farà poi soprattutto una vera mamma, l’opossum Codarosa, che le fa capire che il suo compito ormai sarà prendersi cura del piccolo: dargli da mangiare, insegnargli a nuotare e poi soprattutto a volare in vista delle migrazioni d’autunno. La gentilezza di Rozzum conquista altri animali ma insospettisce o lascia indifferenti molti altri. Comprese le terribili oche che, quando il pulcino diventa grande (e viene chiamato Beccolustro da Roz), gli rivelano come il robot non sia la sua madre e abbia invece la colpa di aver distrutto la sua famiglia. I problemi non mancheranno per Roz in quell’isola, non solo per conquistare il suo affetto (e cosa sono quegli strani “sentimenti” che inizia a provare una macchina come lei?) ma anche per capire se il suo posto sia l’isola o la base della Universal Dynamic cui dovrebbe tornare. Ma non mancheranno anche compagni di avventura con cui affrontarli.
Il robot selvaggio, adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo illustrato da Peter Brown, è il nuovo film di animazione Dreamworks diretto da Chris Sanders, ritornato al genere che lo ha reso famoso con Lilo & Stitch, Dragon Trainer e I Croods e dopo la parentesi live action “con attori” per Il richiamo della foresta del 2020. Ed è un grande ritorno, con un film ricchissimo di spunti e di riferimenti ad altre opere cinematografiche e letterarie. La storia di Roz, del suo “figlio” Beccolustro e di tutti gli altri animali si fa apprezzare per tanti motivi, pur ripercorrendo sentieri non del tutto inediti ma “ricombinati” in una nuova veste. Inizialmente siamo colpiti dai caratteri comici delle varie specie di animali, su tutti la volpe Fink e i piccoli opossum di Codarosa (esilaranti quando fingono di morire o quando sognano di vedere affogare Beccolustro solo per divertimento), poi dai tentativi di Roz di adattarsi a un mondo naturale che inizialmente non comprende e dall’ostilità di animali che la percepiscono come una minaccia. Ma pian piano il robot impara a sopravvivere e persino a instaurare legami con le creature dell’isola. Questo percorso di scoperta e adattamento è raccontato con delicatezza e umorismo, e rende la narrazione coinvolgente e gustosa per spettatori di ogni età.
Sono numerosi i suggerimenti e le chiavi di lettura che possono interessare l’uno o l’altro a seconda della propria predisposizione o storia personale: si parla di genitorialità, con le sue gioie e le sue fatiche; c’è una “mamma” adottiva con figlio che, quando scopre la verità, è tentata di respingere lei e i suoi aiuti («non sei la mia mamma!»… quante se lo saranno sentito dire?); la scoperta della propria identità, di Beccolustro (quando vede le oche si chiede «sono come loro?», proprio come Il brutto anatroccolo di Andersen) ma anche di Roz, che inizia a chiedersi chi è che cosa è quando scopre di provare emozioni che sarebbero impossibili per una macchina (dimostrando di poter essere più di quello per cui è stata programmata e invitando anche gli altri ad andare oltre i propri limiti); la chiave della gentilezza e dell’empatia di Roz verso gli essere animati (e animali), per creare rapporti felici. E poi ancora: la sua amicizia con Fink, volpe apparentemente senza cuore e senza amici conquistata pian piano da lei e da Beccolustro; l’incapacità e l’imbarazzo di Roz e di Beccolustro a dirsi parole d’amore («come si fa a capire se si ama qualcuno?»; chiede lei a Fink), e il dispiacere poi per non averlo fatto; dall’altra parte c’è la paura del “diverso” e del “mostro”, il rapporto tra natura e tecnologia e i timori per un futuro condizionato dal predominio delle macchine, la paura di non essere all’altezza degli altri, esemplificato dalla questione del volo, su cui si possono vedere echi del capolavoro italiano La gabbianella e il gatto (Sanders l’avrà visto?), vinta peraltro grazie a maestri. E qui chi vuole può vederci tanti film del passato, da Karate Kid a Kung fu Panda, mentre per altri aspetti la mente va anche a Il castello nel cielo. Infine il tema del sacrificio per chi si ama, pur non nuovo, non lascia mai indifferenti.
E c’è una pluralità notevole di personaggi rappresentati: sarebbero da citarne tanti “non protagonisti” stupendi (il castoro Sguazza, l’orso Spina) e non superflui, ma oltre al trio eccezionale Roz-Beccolustro-Fink e alla già citata Codarosa (che con tutti quei piccoli Opossum rappresenta la saggezza di chi è mamma da tempo e le ha viste tutte), c’è da ricordare almeno Collolungo, il vecchio leader della nuova migrazione delle oche, che a differenza degli altri della sua specie la tratta con rispetto e resta colpito dalla dedizione di Roz («sei un vanto per la tua specie, qualsiasi sia») e dall’impegno di Beccolustro nell’imparare a volare: un vecchio che regala poi al “giovane” non solo il suo ruolo ma anche una considerazione preziosa, quando gli fa notare che l’incidente che sterminò la sua famiglia paradossalmente gli salvò la vita perché – lui oca dalle braccia piccole – è stato addestrato da una “mamma” più forte che lo ha reso più resistente di quanto sarebbe stato naturalmente. «La vita è misteriosa», gli fa notare.
Con un’animazione non innovativa ma curata in senso anche pittorico (si sono citati, non a torto, gli impressionisti) e fedele al senso spettacolare che ogni film di animazione deve avere se punta a grandi platee, Il robot selvaggio – senz’altro destinato ad avere dei sequel, perché di certo il pubblico vorrà rivedere questi bellissimi personaggi – svela man mano il suo cuore: proprio come il robot scopre pian piano di averne uno anche lui, nel senso di capacità di sviluppare sentimenti autentici. E nella parte finale diventa un’evidente metafora della condizione dell’uomo di oggi, con tanti popoli a scannarsi tra loro: siamo tutti sulla stessa barca, per non affondare non possiamo che vivere insieme e aiutarci – anche combattendo, se serve – per il bene di ognuno, degli altri e del pianeta.
Antonio Autieri
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