Thomas (David Hammings) è uno scontroso e affascinante fotografo di moda nella “Swinging London” degli anni Sessanta, ha molto successo con le donne e guadagna molto; ma non è soddisfatto della sua vita superficiale di sesso, donne, rock’n’roll e droga, per questo passa il tempo libero a cercare la realtà, a fotografare la realtà per farne un libro, il dormitorio dei senza tetto, la tranquillità del parco… Proprio sviluppando le fotografie fatte al parco Thomas scopre la traccia di un omicidio. E comincia ad indagare.

Blow-up è un film storico, non solo per i premi e il successo avuto all’epoca, o per il ritratto definitivo del periodo, ma soprattutto per l’influenza esercitata su generazioni successive di cineasti, e sul cinema successivo. Dichiaratamente ispirati a Blow-up sono i capolavori della “New Hollywood” La conversazione di Francis Ford Coppola e Blow out di Brian De Palma; ma anche tutto il filone del giallo all’italiana, del giallo argentiano, deriva in parte dal film di Antonioni. Per la prima volta troviamo la commistione moda-delitto, estetica-intrigo, e troviamo sviluppato un tema introdotto con La ragazza che sapeva troppo di Mario Bava, il ritornare su un dettaglio “nascosto”, sfuggito alla prima visione. Questi sono temi che torneranno negli anni successivi nel cinema di Dario Argento (e nei successivi emuli), nella Trilogia degli animali e in Profondo rosso, con cui inoltre Blow-up condivide il protagonista David Hammings che negli anni Settanta sarà il volto del cinema thriller.
Se Blow-up ha tutte le caratteristiche per appartenere al genere del giallo, è però piuttosto un non-giallo, o meglio un giallo metafisico sulle tracce della narrativa argentina: non a caso, infatti, è tratto da un racconto di Julio Cortázar, Le bave del diavolo. Il film di Antonioni parte come freddo ritratto di un personaggio e di un ambiente per finire come un labirinto “alla Borges”, dove non solo non si scopre chi è l’autore del delitto, ma sembra non esserci più alcun delitto, e Londra diventa un fumoso labirinto popolato da gente disinteressata, come nella magnifica scena della festa nella villa, tutta illuminata con luce “caravaggesca” dal grande direttore della fotografia Carlo Di Palma.

La regia di Antonioni è fredda, precisa e rigorosa come solo il maestro ferrarese sa essere, confermandosi uno dei più raffinati architetti di immagini della storia del cinema. Ed è proprio l’immagine il cuore della sua messa in scena, le fotografia del protagonista. Se la realtà sfugge in una società superficiale, l’immagine resta e sembra essere l’unico modo della realtà per andare in profondità. È quello che nel corso del film cerca di fare il protagonista, insoddisfatto della sua vita: fotografa la realtà nella speranza di comprenderla un po’ di più, tanto che nelle fotografie trova qualcosa che gli era sfuggito (l’omicidio), e sempre attraverso la fotografia prova a capire cosa sia successo. Senza però riuscire, perdendosi. Il finale è molto disperato: in una società incapace di guardare la realtà è impossibile capire quello che si sta vivendo, e la vita si riduce a un superficiale circo. Come nella scena finale, in cui alcuni mimi giocano un’invisibile partita di tennis.
Blow-up rimane quindi il film definitivo sugli anni Sessanta, su un’epoca, su una generazione, ma non per questo lontano dalla nostra epoca. Da vedere, come una di quelle visioni che segna e rimane.

Riccardo Copreni