Toni della Duchessa giunge a Roma, a metà anni 70, con il sogno di diventare un pittore affermato. Entra nel giro dei falsi d’autore, che gli dà fama e soldi e gli fa conoscere la gallerista Donata. Purtroppo, però, incrocia la Banda della Magliana, l’estremismo neofascista e il terrorismo delle BR. In tutto questo Toni, prova a tenere i contatti con gli amici d’infanzia Fabio – che entra nelle Brigate Rosse – e Vittorio, destinato alla carriera ecclesiastica.

Tratto dal romanzo Il falsario di Stato di Nicola Biondo e Massimo Veneziani, Il falsario di Stefano Lodovichi racconta – con molte libertà, come evidenziato dallo stesso regista – la vita di Antonio Chichiarelli (1948 – 1984), falsario, scippatore, spacciatore, rapinatore con simpatie per l’estrema sinistra ma frequentatore dei capi della Banda della Magliana e di gruppi neofascisti, nonché del boss mafioso Pippo Calò. E’ proprio Antonio Chichiarielli l’autore del famigerato, e falso, comunicato n.7 delle BR che annunciava la morte dello statista Aldo Moro.

Tutto questo preambolo per descrivere il quadro e l’ambiente in cui si muove Toni (un bravissimo Pietro Castellitto), ambizioso, amante delle belle donne, dei soldi facili e anche dell’arte. Proprio la sua smania di affermarsi, di lasciarsi alle spalle la vita povera del paese di origine in Abruzzo, lo porta in contatto con la malavita romana che si affermava negli anni ’70. Il falsario è un film che attraversa i misteri dell’Italia di quegli anni con Toni che si muove pericolosamente tra Banda della Magliana, con Balbo (Edoardo Pesce) che ne è uno dei membri, e servizi segreti deviati e rappresentati dalla figura de Il Sarto (Claudio Santamaria). Si parla di stragi e di Brigate Rosse con il rapimento di Aldo Moro in un film che ha come inevitabili riferimenti Romanzo criminale, Effetto Notte e Romanzo di una strage.

Elementi importanti della sceneggiatura sono anche l’amicizia – quella che lega Toni a Fabio (Pierluigi Gigante) e Vittorio (Andrea Arcangeli), dalle vite diverse ma accomunati da un destino tragico – e l’amore, quello del protagonista per la gallerista Donata (Giulia Michelini) che nella realtà si chiamava Chiara.

Come si può intuire, il materiale è molto denso e il film di Stefano Lodovichi, che si può vedere purtroppo solo su Netflix, è decisamente godibile, dal ritmo coinvolgente e affascinante anche se, quando si ha a che fare con anni tragici per la storia italiana, sorge sempre il dubbio di cosa sia vero e meno di quello che ci viene raccontato. Toni viene rappresentato in fondo come un ingenuo non consapevole dei pericoli in cui si stava cacciando, nella realtà – forse – è stata una figura molto più ambigua e losca. Presentato alla Festa del Cinema di Roma.

Stefano Radice

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