Emilia (Elisabetta Gaudio), un’impiegata comunale, scopre, in seguito a una visita di controllo, la malattia del marito (Giuseppe Scarpelli). La notizia è causa di un turbamento che si esprime attraverso gli sguardi, i gesti e soprattutto i silenzi della coppia. Ad aggravare la sofferenza è anche la distanza dai figli, soprattutto uno, Antonello (Antonello Scarpelli), giovane solitario ed enigmatico che vive in Germania. Emilia ha cercato di mantenere il rapporto con lui, ma con scarsi risultati. Nonostante le molte chiamate e messaggi che spesso non trovano una risposta, sente di conoscere poco o niente della nuova vita del figlio, e cova il sospetto che le stia nascondendo qualcosa. Un giorno il marito racconta alla moglie di aver sognato Antonello. Emilia decide, allora, di chiedere al figlio di incontrarsi in Germania. L’obiettivo sottinteso è quello di parlargli del padre. Il giovane sembra restio, ha degli impegni incombenti, teme di non trovare il tempo per incontrarli, ma alla fine accetta, seppur a malincuore. L’incontro con la fidanzata del figlio (Janina Fautz) e un amico (Claudio Caiolo) e infine quello con Antonello permetteranno alla coppia di avvicinarsi progressivamente alla soglia di un misterioso disagio taciuto dal figlio.

Si tratta del secondo lavoro di Antonello Scarpelli che firma sia la regia che la sceneggiatura, e si ritaglia un ruolo di primo piano interpretando se stesso, affiancando il padre. L’autore ha esordito nel 2017 con il film documentario Tarda estate girato sempre tra Calabria e Germania. Il regista si dimostra abile nel raccontare una storia delicata, tenera e struggente attraverso le immagini, gli sguardi, i silenzi e le poche parole degli attori. Si parla di un cinema puro, dove il dialogo è ridotto all’osso e la comunicazione è affidata ai gesti degli attori e alle immagini intrise di una malinconia struggente. Significativa è anche la fotografia che sottolinea con nettezza, attraverso i toni caldi della Calabria dei genitori a cui seguono i freddi della Germania del figlio, la separatezza tra due mondi e due solitudini quasi inconciliabili. La cinepresa indugia spesso sull’aspetto del transito: tantissimi le immagini di treni, stazioni, scorci dal finestrino mostrati con una ripetizione quasi ossessiva, come per evidenziare la lunghezza e la difficoltà di un percorso di avvicinamento lungo e faticoso. Degli attori protagonisti (i familiari) è apprezzabile la naturalezza che colpisce soprattutto perché non professionisti. Questo tipo di scelta è coerente con il taglio quasi documentaristico della pellicola.

Si apprezza del film, soprattutto a livello narrativo, l’autenticità del vissuto e l’onestà nel raccontarlo; dal punto di vista tecnico, notevole la fotografia sobria ma molto espressiva. Unica pecca, la conclusione: frettolosa e poco incisiva, priva di una chiave di interpretazione convincente. E in effetti, la mancanza di una fine vera e propria appare più un difetto che una scelta di stile, segno forse di una rinuncia a tirare le fila di un discorso problematico e “aperto”. Forse a mancare, è proprio il coraggio di osare e proiettare la storia in un futuro.

Damiano Panicucci

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