Sembra una decalcomania di un film del passato. Anzi di tanti film del passato. Un cocktail in bianco e nero in cui c’è spazio per alcuni grandi classici: da “Il terzo uomo” di Carol Reed, evocato nella sequenza dei sotterranei della città in rovine, a film indimenticabili come “Notorious”, “Germania anno zero” e “Casablanca”. L’operazione che sottende a un film come “Intrigo a Berlino” mostra insieme i pregi e limiti di un regista come Steven Soderbergh. Un regista abbastanza colto e cinefilo da proporre al grande pubblico remake o come in questo caso veri e propri “centoni” di classici inossidabili. Qualche anno fa ci aveva provato con un rifacimento non memorabile e a dire il vero piuttosto asettico di “Solaris” di Tarkovskij e adesso ci riprova con “Intrigo a Berlino”, girato in uno sfavillante bianco e nero, con tanto di colonna sonora d’epoca e immagini di repertorio. Ma il risultato non convince: Soderbergh ha i numeri e il talento per fare cinema d’autore, colto, per palati fini: sa dirigere bene gli attori, in questo caso penalizzati da un doppiaggio infausto, ha il senso del racconto ed è un autore versatile capace di passare da un blockbuster di successo come “Ocean’s Eleven” a piccoli film di genere. Ma è anche un regista freddo e “Intrigo a Berlino” patisce questa freddezza che stona rispetto a una vicenda di amore e guerra come quella che si vorrebbe raccontare. Forse Soderbergh non ha nelle corde il registro melodrammatico, forse la scelta è stata consapevolmente quella di prendere le distanza dalla materia trattata (e anche dai grandi autori evocati), ma alla fine il risultato è che ci si affeziona poco ai personaggi in gioco, alla storia e al contesto. E poi non si capisce proprio tutta questa volgarità, la vera nota stonata di un film comunque formalmente elegante: un turpiloquio gratuito messo in bocca non solo al personaggio più antipatico del film, il viscido Tully interpretato da Tobey Maguire, ma anche al protagonista, il giornalista George Clooney. Sesso e linguaggio “colorito”: un binomio che nel vecchio grande cinema di un tempo non trovava proprio spazio.,