Rudolf Höss non è stato l’ideatore dell’Olocausto. È però l’unico responsabile della velocità e dell’efficienza dell’atroce sterminio di Auschwitz, poi emulato negli altri campi di sterminio nazisti, grazie alla sua approvazione dell’uso del letale gas Zyklon B. Per i suoi sforzi nel campo (ora Oświęcim, in Polonia) fu ricompensato con la nomina a comandante dell’amministrazione dei campi di sterminio in tutti i paesi occupati dai nazisti. Questo mostro è il protagonista nell’adattamento del regista Jonathan Glazer (Under the Skin) del romanzo omonimo dello scrittore britannico Martin Amis.

Nel romanzo di Amis si chiamava Paul Doll, ma Glazer ha scelto di dare al personaggio interpretato da Christian Friedel il suo vero nome, Rudolf Höss. Ciò evidenzia immediatamente l’interesse del regista nel mostrarci un personaggio storico ben documentato, che visse in un luogo e in un tempo specifici: la famiglia Höss abitò accanto ad Auschwitz dal 1943 al 1944. Gran parte del film segue gli avvenimenti di routine dentro e intorno alla casa: Höss che si gode la bella canoa in legno che la sua famiglia gli ha regalato per il suo compleanno; i suoi subordinati che brindano al loro amato capo; uomini d’affari che tengono riunioni nel soggiorno; lui che trasmette ordini e riceve messaggi. Una delle prime scene mostra un incontro in salotto con ingegneri e architetti che mostrano progetti per vendere a Höss la più efficiente macchina per uccidere che esista: un sistema cilindrico rotante che carica i corpi, li brucia, si raffredda e ne smaltisce i resti, per poi ricominciare il processo senza mai fermarsi. Efficienza significa numeri più alti, numeri più alti significano promozioni. Nel frattempo, l’onnipresente bagliore rosso del camino del campo fa capolino dalle finestre della casa, riflettendosi a tarda notte sui volti della famiglia. Mentre il capofamiglia lavora, i suoi figli giocano (con inquietante serietà) coi soldatini, mentre sua moglie Hedwig (Sandra Hüller) si occupa dei visitatori, mostra la sua pelliccia (appartenuta a una prigioniera ebrea) e rimprovera le ragazze polacche della servitù. Hedwig non nasconde quanto provi piacere nel sottolineare come sia conosciuta come la “Regina di Auschwitz”; in effetti, il nitore di casa Höss e la grazia del giardino circostante non sono altro che una testimonianza degli sforzi di una regina che prende molto sul serio i suoi impegni. La vita per questi individui scorre indisturbata, finché una promozione costringe Rudolf ad allontanarsi dalla sua bella casa, e in un attimo l’uomo diventa vittima del suo successo.

Quel che colpisce de La zona d’interesse (presentato a Cannes 2023 e candidato a ben cinque premi Oscar) è come questa famiglia non venga mai presentata come neutrale, normale o separata dalla realtà del lavoro di Rudolf ad Auschwitz. In queste scene domestiche, la colonna sonora della vita quotidiana degli Höss ricorda l’incubo che si svolge appena oltre il muro fuori dalla loro casa: il rombo dei macchinari e dei forni riempie l’aria, e occasionalmente si sentono i feroci latrati dei cani, urla disperate e spari che le fanno smettere improvvisamente. Questi suoni, implacabili nel loro senso evocativo, conferiscono un ulteriore livello al carattere già inquietante di Höss: un uomo che ha permesso volontariamente alla sua famiglia di vivere a pochi passi dalla macchina omicida da lui stesso creata.

Piuttosto che mostrare sullo schermo immagini raccapriccianti di morte e crudeltà, Glazer utilizza l’estenuante sottofondo sonoro del film per rappresentare l’insondabile portata dei crimini della Germania nazista; una sorta di dantesco inferno acustico, punteggiato da intermezzi ritmici. Sarebbe abbastanza facile ridurre il film a un confronto con l’osservazione di Hannah Arendt sulla “banalità del male”. Ma man mano che La zona di interesse avanza, cogliamo particolari di una burocrazia tutt’altro che banale, che rende possibile la carriera di uomini come Höss. L’alto comando dell’amministrazione nazista si congratula con lui per il duro lavoro e la buona gestione; ma sebbene Höss accetti tale riconoscimento professionale, si ritrova vincolato dalla burocrazia e deve accettare il suo nuovo ruolo di comandante di tutti i campi di sterminio: da dominatore assoluto di Auschwitz a semplice manager di “quadri intermedi”. Nel film, mentre Rudolf legge le favole della buonanotte ai suoi figli, Glazer mostra delle immagini in notturna, come riprese da telecamere all’infrarosso, di una ragazza che nasconde dei frutti ai bordi del campo, così che i prigionieri possano trovarli: intermezzi agghiaccianti che attestano come La zona d’interesse non voglia mandare un messaggio politico, né realizzare l’ennesimo quadro di uno dei momenti più orribili della storia, ma sbatterci in faccia la marcia senz’anima di un carrierista.

Beppe Musicco

Clicca qui per rimanere aggiornato sulle nuove uscite al cinema

Clicca qui per iscriverti alla newsletter di Sentieri del cinema

Clicca qui per iscriverti al nostro canale Youtube