Spagna, 1939. Appena due settimane dopo la fine della Guerra Civile, il generale Francisco Franco ordina una cena celebrativa presso il lussuoso Hotel Palace di Madrid, che però è in disuso in quanto trasformato in ospedale per feriti della guerra. Un giovane tenente, il maître dell’hotel e un gruppo di prigionieri repubblicani – oppositori del regime franchista salvati dal plotone d’esecuzione perché dotati di grande talento in cucina – sono costretti a preparare l’albergo e il banchetto in tempi record (i malati vengono tutti trasportati al piano superiore); e mentre il paese è allo stremo dopo tre anni di violenze e privazioni, all’hotel arriva un ben di Dio di cibi e vini d’ogni genere. Tutto sembra procedere senza intoppi, ma i cuochi stanno pianificando non solo il banchetto: non ci sono occasioni migliori, per loro, per fuggire.
A cena con il dittatore (in originale La cena), diretto da Manuel Gómez Pereira, si inserisce nel solco della commedia politica grottesca, anche se non sembrerebbe la scelta ideale per raccontare la guerra civile spagnola che fu uno dei momenti più cupi della storia spagnola. Ambientato nella Madrid del 1939, all’indomani della vittoria franchista, il film costruisce una macchina narrativa ritmata e spesso brillante, sostenuta da interpretazioni solide e da un efficace uso dell’equivoco tipico delle commedie teatrali. Ed è quella la sua origine: la sceneggiatura, scritta dal regista con Joaquín Oristrell e Yolanda García Serrano, è tratta dalla commedia teatrale La cena de los generales di José Luis Alonso de Santos.
Il regista riesce tutto sommato a far convivere registri diversi: quello comico e quello più drammatico facendo filtrare, sotto la superficie comica, la violenza dei vincitori e l’emarginazione e repressione violenta degli sconfitti. Tuttavia, è proprio questa impostazione a rivelare anche i limiti più evidenti. Il film, pur legittimamente schierato, indulge spesso in una rappresentazione eccessivamente caricaturale dei “nemici”. Figure storiche come Francisco Franco e, nell’ultima scena, persino Adolf Hitler vengono tratteggiate come macchiette grottesche, più stupide che inquietanti. Se da un lato questa scelta rafforza il tono satirico (peraltro Franco aveva davvero quella vicina quasi infantile), dall’altro rischia di banalizzare il bersaglio: riducendo la complessità e la pericolosità di tali figure, il film finisce per attenuare, paradossalmente, la forza della propria “indignazione”. Senza contare che tra i “buoni” oppositori militanti rossi, alcuni si macchiarono di crimini gravissimi (sacerdoti e Chiese ne fecero soprattutto le spese; e fa male vedere la solita banalizzazione delle figure religiose).
Queste semplificazioni si riflettono anche nella scrittura di alcuni personaggi secondari. Il superiore di Medina, ad esempio, appare scritto male, con un’escalation che, se comprensibile in un film grottesco, alla lunga risulta prevedibile e banale; pur al netto delle uniche violenze necessarie a non trasformare il tutto in un’innocua favoletta. La sottotrama passionale che lo coinvolge — seduce la spregiudicata e ambiziosa moglie di Medina, che poi butta via come un kleenex — lascia la sensazione di un inserimento forzato di un personaggio femminile che appare e scompare in pochi minuti e sembra solo un espediente narrativo irrisolto e poco incisivo. D’altro canto, le vicende personali di alcuni personaggi (il loro passato, i loro segreti, l’amore di due giovani fidanzati che aspettano un bambino) dovrebbero rafforzare il lato drammatico della storia, ma non risultano mai particolarmente avvincenti.
In generale in tutta la seconda parte qualcosa si inceppa: le gag diventano più prevedibili, come se il film scegliesse soluzioni facili proprio quando dovrebbe alzare il livello. Sono buone le prove degli attori, in particolare Mario Casas e Alberto San Juan, che reggono il tono sopra le righe. Nella versione italiana, però, il doppiaggio tende a calcare troppo: alcuni personaggi, come il direttore dell’hotel, risultano più caricati rispetto all’originale, perdendo un po’ di misura.
Alla fine, A cena con il dittatore resta una commedia interessante, che sa intrattenere e rievoca in qualche modo un periodo storico che da noi non tutti conoscono, ma non sempre riesce a tenere insieme tutti i suoi elementi. Funziona insomma meglio nelle intenzioni e nell’impianto generale che nei dettagli, dove emergono semplificazioni e qualche scelta poco convincente.
Antonio Autieri
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