“Che giova all’uomo guadagnare il mondo se poi perde se stesso?”. Sembra essere questa la chiave di lettura più efficace per decifrare il percorso artistico (e umano) di Marracash, al secolo Fabio Bartolo Rizzo, uno dei “padri nobili” del rap italiano, ritratto da Pippo Mezzapesa in un docu-film che si tiene lontano dall’esaltazione agiografica, restituendo in modo estremamente onesto e con grande efficacia la figura di un artista imponente dall’animo sfaccettato. E che proprio in virtù di questa sua sincerità può essere apprezzato non solo dai fan, ma da chiunque sia interessato dalle vicende che turbano l’animo umano e, perché no, da chi ha scarsa stima di un certo tipo di musica moderna alla quale si imputa un’apparente superficialità di forma e contenuti.
L’opera (distribuita per soli tre giorni in alcune sale, ma capace comunque di segnalare per tre volte di seguito il record di incassi giornaliero), non procede in ordine strettamente cronologico, ma per blocchi tematici, regalando di volta in volta dei flash che compongono la vita e la carriera di un ragazzo cresciuto in Barona, banlieue milanese, che ha avuto in dote dal fato talento e fame, una combo che gli ha permesso di non arrendersi a un destino scritto, ma di scalare le vette del successo fino a raggiungere un punto di rottura. Attraverso un collage di immagini e interviste di repertorio, riprese inedite, backstage e brevi interviste, il regista (già autore della miniserie sul delitto di Avetrana, dove collaborò proprio con Marracash che scrisse il brano inedito utilizzato nei titoli di coda) mette a tema non solo la sua ascesa discografica, che contiene già in sè l’epica dell’emarginato che diventa re, ma anche le contraddizioni dell’supereroe che sul palco vive senza paura, ma una volta tolta la maschera deve fare i conti con fragilità e cedimenti. E lo fa senza censurare niente: le droghe, la depressione, le dipendenze sono svelate in modo molto sincero, senza cedere al rischio apologetico. King Marracash è anche un racconto corale, perché se Fabio è sul trono, ha bisogno al suo fianco di pochi, saldi, punti fermi in una vita da solista per vocazione: la manager Paola Zukar, la famiglia (e il capitolo dedicato a Nicosia che ne tratteggia il lato più intimo e familiare è un piccolo commovente gioiello che si tiene alla larga da una facile pruderie voyeuristica), la ex-ragazza. Così come è anche un racconto di luoghi, ritratti da Mezzapesa con una mano che testimonia un certo garbo stilistico (a partire dal suggestivo incipit denso di citazioni della carriera dell’artista, unico concessione alla fiction): la grigia periferia milanese, l’assolata Sicilia, la campagna piacentina fanno da cornice al racconto amaro di un uomo che ha avuto tutto perché ha voluto tutto e ha saputo conquistarselo, ma che non riesce ad accontentarsi di questo tutto. E il film riesce nel perfetto intento di mostrare questo senso di mancanza e insoddisfazione, scolpita nel tormento e nel sorriso di un uomo raccontato in modo schietto e sincero, in linea perfetta con la sua cifra stilistica.
Pietro Sincich
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