Presentato al Concorso internazionale e vincitore del Pardo d’Oro al Locarno Film Festival 2026, Nu e locul tau aici (You don’t belong here) segue le vicende di Marius (Adrian Vancica), chirurgo affermato e direttore sanitario dell’ospedale della cittadina rumena in cui vive col figlio diciottenne Ioan (Teodor Butanescu). Tanto deciso e di successo l’uno, quanto goffo e insicuro l’altro. Un episodio di vandalismo ai danni di una comunità gitana presente nella cittadina, fa ritrovare faccia a faccia come mai prima padre e figlio. Infatti, in ospedale viene scaricato il corpo senza vita di un uomo che ha reagito agli atti vandalici ed è rimasto ucciso dagli assalitori (armati di mazze, che si spostano con biciclette, di notte, e con passamontagna). Della questione se ne occupa Marius, affiancato dall’amico ispettore di polizia Silviu (Alex Conovaru). I due amici, che hanno condiviso gli anni del liceo insieme, sono concordi nel considerare poco preparata per il presente e per il futuro l’odierna generazione di giovani, tra cui i loro subalterni, aspiranti medici e ispettori. Nel frattempo, la polizia si fa viva con Ioan interrogandolo sui suoi ultimi movimenti in bicicletta…

L’unico conforto per Marius, che è vedovo, sempre molto preso dal suo lavoro, è la compagnia di una donna che frequenta, Dana (Cristina Richter), cui esprime le sue perplessità circa Ioan: l’uomo è preoccupato per l’avvenire del figlio, non riesce a comprendere in che cosa potrebbe riuscire il ragazzo in futuro. Questa preoccupazione sfocia in vera e propria angoscia quando l’uomo scopre della visita della polizia al figlio. Cos’ha combinato Ioan? Ma soprattutto: chi è Ioan?

Il racconto, tramite la vicenda di questa coppia padre-figlio, mette sin da subito in primo piano un problema di confronto – schiacciante – tra generazioni: è ovvio per Marius e Silviu che i giovani di oggi sono deboli e inadeguati (il loro modello di virilità è il cantante britannico Tom Jones, con la sua voce robusta e i capelli folti, «quello era un minatore prima!»). Ma la verità, è che Marius vede poco di quel che il figlio Ioan nella sua totalità è: lo conosce ben poco, giudica solo la sua “superficie”, fatta di insicurezze, giretti con la sua bicicletta gialla, apparentemente con pochi amici e una vita ben poco entusiasmante. Tanto che il film è girato prevalentemente al buio, il rapporto padre-figlio visto attraverso una lente chiaroscura: c’è al fondo un problema di “non riuscire a vedere”. Quindi di non conoscere davvero. E dunque di reciproca solitudine: del figlio che cerca disperatamente qualcuno che lo valorizzi; del padre disarmato di fronte alla non conoscenza del figlio, che ha trovato in una donna più legata a lui di quanto lui sia legato a lei qualcuno cui “confessarsi”, ma non con cui costruire qualcosa di significativo dopo la morte della moglie.

L’emergere di questa incomunicabilità è sottolineata anche dalla colonna sonora a dir poco essenziale, che fa capolino quasi esclusivamente nel drammatico crescendo finale. Il confronto “senior/junior”, però, non è solo squalificante per i secondi e foriero di rette esistenziali che non si incontrano mai, consegnando i protagonisti a una inconsolabile solitudine, ma lascia spazio anche a domande profonde e interessanti quali: «Che cosa rende un uomo grande?», «E se di me – che ho sempre seguito tutte le regole e che mi son speso per il bene della mia comunità con un’irreprensibilità che può essere interpretata come durezza – rimanesse solo la crudeltà?», «Che ne hai fatto della tua vita?» che Marius sviscera come un flusso di coscienza nel salotto della paziente Dana, e non solo.

Nello sconquassamento che rappresenta il disvelamento della vera vita del proprio figlio, soprattutto la vita virtuale eppure autentica che il figlio si costruisce su Internet, non può non sorgere il richiamo all’avvertimento dell’acclamata mini-serie Adolescence: conosciamo davvero i nostri figli? Chi sono i loro modelli? E perché? Cosa li spinge ad agire in modi che a noi sembrano non derivare affatto da quel che abbiamo loro insegnato e dall’aria che hanno respirato in casa nostra? Già, perché Ioan subisce il carisma, per così dire, di un gruppo di personaggi equivoci e prepotenti, che lo premiano per la sua fedeltà offrendogli una via di fuga ineluttabile e definitiva che potrebbe cambiare totalmente la vita sua e di suo padre. Forse, Marius scoprirà troppo tardi che l’ “inetto” figlio, pur in una circostanza drammatica e per una scelta lontano dal giusto, ha un coraggio che non avrebbe mai creduto prima.

Il 51enne regista Florin Serban si era già fatto conoscere nel 2010 con Eu când vreau sa fluier, fluier (If I Want to Whistle, I Whiste), candidatura ufficiale della Romania per il premio al miglior film straniero degli Oscar di quell’anno. Nel cast spicca nel ruolo di protagonista Adrian Vancica, che riesce a infondere alla drammaticità e all’intensità del suo personaggio anche sfumature ironiche, cui l’attore si è ben allenato nella sua ricca carriera, soprattutto nella sua lunga permanenza (dal 2012 al 2025) nella sit-com televisiva di successo in Romania Las Fierbinti, in cui interpreta il pittoresco Celentano (!), ubriacone-filosofo del villaggio, molto lontano dal medico tutto d’un pezzo del film di Serban.

Il titolo del film, che significa “Non appartieni a questo posto”, è anche la scritta su adesivi che i vigilantes mascherati dell’inizio del film mettono sul parabrezza delle automobili parcheggiate per strada prima di vandalizzarle; un’esortazione rivolta alla comunità che vogliono colpire, arrogandosi il diritto non loro di decidere della vita degli altri. Un mantra che evidentemente hanno subito loro per primi e che sublimano con la violenza verso altri: loro per primi, cioè, non si sono sentiti appartenere a niente e nessuno.

Eva Anelli